3 novembre 2008 - Lettere di Julián Carrón

3 novembre 2008

Dopo il Sinodo dei Vescovi

Cari amici,

la partecipazione al Sinodo dei Vescovi, che come ben sapete aveva a tema “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”, ha significato per me una presa di coscienza più acuta della nostra responsabilità nella Chiesa e nel mondo. Innanzitutto per quanto è emerso durante i lavori sinodali: che, cioè, la Parola di Dio è un “avvenimento” - Gesù Cristo -, che continua a essere presente nella storia attraverso la vita della Chiesa. Per questo il rapporto con la tradizione vivente nella Chiesa ci fa immedesimare con la novità testimoniata dal testo biblico e ci fa fare la stessa esperienza di coloro che si imbatterono in Gesù. Così tutti i fratelli uomini possono scoprire, come ha detto il Papa all’inizio del Sinodo, «il presente nel passato, lo Spirito Santo che parla oggi a noi nelle parole del passato». L’Esortazione apostolica post-sinodale offrirà l’indicazione della strada per la nostra fede e come tale attendiamola tutti.

Proprio in forza dell’azione dello Spirito nella sua Santa Chiesa si rende necessaria per tutti noi una maggiore consapevolezza. Il fatto di essere stato nominato da Benedetto XVI come Padre Sinodale l’ho vissuto come un segno della stima per il nostro movimento, ma soprattutto come una chiamata a dare il nostro contributo alla vita della Chiesa. Tale chiamata, poi, è stata confermata dall’elezione a relatore: questo ha voluto dire essere portavoce del gruppo di lingua spagnola e, soprattutto, ha implicato un maggiore coinvolgimento nei lavori sinodali, collaborando direttamente col relatore generale a dare forma alle Proposizioni finali. Tanti mi hanno avvicinato nei giorni trascorsi insieme, mossi da interesse o simpatia per la nostra esperienza.

Tutto questo ha suscitato in me il desiderio di scrivervi per condividere con voi l’esperienza vissuta - perché essa riguarda anche voi -, che mi ha spinto a rileggere la nostra storia per individuare il passo che, secondo me, ci viene chiesto. Io identifico molto sommariamente tre fasi nella nostra storia:

1ª fase: l’inizio. La nascita del movimento può essere caratterizzata dalle stesse dinamiche che accadono quando l’irruzione dello Spirito nella storia suscita un carisma per il bene della Chiesa. Come ogni iniziativa dello Spirito, anche il nostro carisma fu accolto non senza incomprensioni e persino ostilità, perché non poteva essere in alcun modo ricondotto a schemi costituiti. Ma non sempre tutto il travaglio di quegli anni fu dovuto alla naturale resistenza che sempre incontra la novità dello Spirito. Fu dovuto anche alla nostra immaturità, che solo la forza educativa di don Giussani ci ha consentito di correggere e di superare. La pazienza della Chiesa nei nostri confronti è stata un segno della sua maternità.

2ª fase: il riconoscimento. La fine del pontificato di Paolo VI e il pontificato di Giovanni Paolo II hanno significato per il nostro movimento il riconoscimento autorevole e la piena accoglienza nella vita della Chiesa, la cui espressione indimenticabile rimane l’incontro del 24 marzo 2007 in Piazza S. Pietro con Benedetto XVI. Un’ulteriore conferma la troviamo nei segni di stima e di interesse manifestati da molti al Sinodo. Per questo siamo chiamati ad approfondire ulteriormente l’autocoscienza della nostra esperienza.

3ª fase: il carisma per la Chiesa e per il mondo. Oggi siamo chiamati a renderci più consapevoli dello scopo per cui lo Spirito ha dato un carisma a don Giussani: contribuire, insieme a tutti i battezzati, alla costruzione e al rinnovamento della Chiesa per il bene del mondo. Seguendo il Suo solito metodo, Dio dà la grazia a uno, perché attraverso di lui arrivi a tutti. E noi saremmo infedeli alla natura del nostro carisma, se il dono ricevuto non fosse condiviso con tutti, dentro e fuori della Chiesa. Per questo ognuno deve verificare nella sua circostanza come può contribuire al bene della Chiesa. Ci sono molti ambienti dove tanti fra noi già rendono presente Cristo con una libertà e un’audacia che stupisce. Questa nostra presenza nei luoghi reali dove si svolge la vita degli uomini non deve per niente venire meno. Allo stesso tempo, a volte ci viene chiesto di collaborare anche all’interno della Chiesa. In tanti di voi da tempo date questo contributo - come catechisti nelle parrocchie, attraverso la caritativa e altri modi di collaborazione - e ciò dovrà trovarci sempre più disponibili là dove la nostra presenza sia richiesta e accolta. Certamente questo contributo non può essere che secondo la natura del nostro carisma, che ha nella testimonianza la sua espressione compiuta.

Sono convinto che questo passo che ci viene chiesto dallo Spirito ci porterà sempre di più nel cuore del mistero di Cristo, in modo tale da poterlo testimoniare ovunque, anche attraverso la nostra fragilità.

Uniti nell’avventura

don Julián Carrón

Milano, 3 novembre 2008

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