1 febbraio 2006 - Lettere di Julián Carrón

1 febbraio 2006

In occasione del primo anniversario della morte di don Giussani

Cari amici,

tra pochi giorni ricorre l’anniversario della morte di don Giussani. Davanti a questa data è impossibile che non ci invada una ondata di gratitudine e di commozione per la sua persona e la sua opera. Anche se avvertiamo la sua mancanza, non ci siamo sentiti orfani. Anzi, l’abbiamo sperimentato tutti più padre che mai. Attraverso di lui, Cristo continua ad essere all’opera tra di noi, come abbiamo visto lungo quest’anno attraverso tanti segni.
La ricorrenza della sua morte ci mette tutti davanti alla sua eredità, che non è qualcosa soltanto del passato, ma un avvenimento presente che continua a sfidare la nostra ragione e la nostra libertà.
Il carisma ci affascinerà sempre di più soltanto se diventa esperienza nella nostra vita quotidiana. Questo implica giudicare tutto ciò che accade con il criterio che un Altro ha messo dentro di noi: il cuore. Seguire il giudizio del cuore è seguire Dio che ci ha creato con quel complesso di esigenze e evidenze, che costituiscono il nostro volto intimo: la sete di verità, di bellezza, di giustizia, ecc. Occorre molta lealtà e semplicità con se stessi per stare in continuazione a quello che emerge con chiarezza come giudizio del cuore. Altro che soggettivismo!
È questa semplicità che ci ha permesso di riconoscere l’eccezionalità unica di Cristo e di poterla riconoscere di continuo in mezzo alle vicende della vita. Seguire il cuore vuol dire seguire l’impossibile corrispondenza che abbiamo riconosciuto nell’incontro con Cristo, obbedire a quella pienezza sorprendente che ci è accaduta.
In questo modo diventeremo sempre di più figli di don Giussani che, come ci disse l’allora cardinale Ratzinger nell’omelia del suo funerale, «voleva non avere per sé la vita, ma ha dato la vita, e proprio così ha trovato la vita non solo per sé, ma per tanti altri… Dando la vita, questa sua vita ha portato un frutto ricco - come vediamo in questo momento -, è divenuto realmente padre di molti e, avendo guidato le persone non a sé, ma a Cristo, proprio ha guadagnato i cuori, ha aiutato a migliorare il mondo, ad aprire le porte del mondo per il cielo».
Così diventerà sempre più evidente a noi stessi la ragionevolezza della fede, vale a dire, perché vale la pena essere cristiani. «La tua grazia vale più della vita».
Vivere così è il nostro contributo in questo momento drammatico alla Chiesa, nel cui grembo siamo continuamente generati, e ai nostri fratelli uomini.

Con fraterna amicizia

don Julián Carrón

Milano, 1 febbraio 2006

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