Zygmunt Bauman (1925 - 2017)

Il tunnel e la luce

Il sociologo è morto a 91 anni. Tracce lo aveva intervistato a ottobre. La solitudine. La paura degli «stranieri alle porte». La rinuncia alla libertà. L'intellettuale andava alla radice della «insicurezza esistenziale» del nostro tempo
Davide Perillo

«È una luce. L’unica, in fondo al tunnel misteriosamente lungo e buio che stiamo attraversando. Ma è una luce misteriosamente brillante». Uncanny, ovvero “misterioso, sorprendente”, declinato nella forma di avverbio. Lo dice due volte in due frasi, quando parla di papa Francesco e del loro incontro ad Assisi, il mese scorso. Al meeting tra le religioni mondiali voluto dal Papa e organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio, c’era anche lui: Zygmunt Bauman. «Cosa gli ho detto? Sarebbe molto presuntuoso, da parte mia, pensare di avere qualcosa da aggiungere a ciò che lui sa già sulla situazione difficile dell’uomo di oggi, o su cosa significhi la sofferenza per chi ne fa esperienza in prima persona... Gli ho solo confessato di guardare a lui come una luce, appunto».
Novantuno anni il mese prossimo, ebreo di origini, polacco di nascita e cosmopolita di vocazione (ha vissuto tra Varsavia, Londra e Tel Aviv, prima di mettere radici a Leeds, Gran Bretagna), Bauman è uno degli intellettuali più famosi - e prolifici - del mondo. Sociologo e filosofo, inventore di formule capaci di definire in due parole interi cambiamenti d’epoca (una su tutte: la «società liquida», ovvero sempre più povera di legami, sfrangiata e indefinibile), Bauman è soprattutto un grande osservatore. Un uomo in grado di fotografare il mondo e chi lo abita nel dettaglio, fino in fondo, con uno sguardo acuto e insieme carico di empatia.
Come quello che sta rivolgendo, da tempo, al fenomeno dell’immigrazione. Meglio, ai migranti, gli Stranieri alle porte (è il titolo del suo ultimo libro) che minano le nostre certezze e diventano un bersaglio facile su cui scaricare un’insicurezza sorda, profonda, impossibile da arginare con le soluzioni proposte da una politica fatta di muri e uomini forti. «Una volta che a chi chiede asilo da guerre e distruzioni questa misura sarà rifiutata, e che più migranti verranno rimpatriati, diventerà evidente come tutto questo sia irrilevante per risolvere le cause reali dell’incertezza», diceva in una recente intervista al Corriere della Sera: «I demoni che ci perseguitano - la paura di perdere il nostro posto nella società, la fragilità dei traguardi che abbiamo raggiunto - non evaporeranno, né scompariranno». Perché la radice di quell’incertezza è più profonda. È esistenziale.

Partiamo da lì, allora. Che cosa è questa «insicurezza esistenziale»? Da dove nasce? Dalla «rottura dei legami» a cui accennava in quell’intervista, o c’è qualcosa d’altro?
Kant, l’esploratore più infaticabile dei misteri del modo unicamente umano di stare al mondo - alla cui sapienza noi tutti, in qualche modo, siamo debitori, eredi entusiasti o disperati -, nella Critica della ragion pratica ha scritto una frase celebre: «Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me». Il “cielo stellato” indica ciò che è oltre la portata umana, la nostra capacità di affronto; e la “legge morale” indica i dilemmi tra cui gli umani sono condannati a scegliere. Ma più di un secolo prima di queste parole, Blaise Pascal aveva approfondito proprio quella straziante e terrorizzante inadeguatezza: «Quando considero la breve durata della mia vita, assorbita dall’eternità che la precede e da quella che la segue, il piccolo spazio che occupo e che vedo, inabissato nell’infinita immensità di spazi che ignoro e che mi ignorano, mi spavento e mi stupisco di vedermi qui piuttosto che là, ora piuttosto che allora. Chi mi ci ha messo? Per volontà di chi questo luogo e questo tempo sono stati destinati a me?». Per arrivare a concludere: «Essendo incapaci di eliminare la morte, la miseria e l’ignoranza, gli uomini hanno deciso, per essere felici, di non pensare a tali cose...». Ecco, il problema è che, per quanto tentiamo con accanimento di seguire questa decisione, riflessione e pensiero restano ostinatamente parti ineliminabili della nostra condizione. Per questo l’“insicurezza esistenziale” è scolpita indelebilmente nel modo di essere al mondo dell’uomo. È lì il luogo da dove vieni e da dove non puoi scappare.

Il primo riflesso di questa insicurezza è la “paura dell’altro”. Lei ha spiegato molto bene perché gli «stranieri alle porte» ci fanno così paura. Ma non pensa che al fondo ci sia anche la paura di interrogarci su noi stessi? L’altro che bussa alla mia porta mi interpella inevitabilmente su chi sono io, che idea ho della vita, dei rapporti, di ciò che vale... Tirare su muri è anche un modo per evadere dalla questione?
Il sentimento di “insicurezza” deriva da una miscela di incertezza e ignoranza: ci sentiamo umiliati perché inadeguati al nostro compito, e la conseguenza è il crollo della stima e della fiducia in noi stessi. È qualcosa che riguarda tutti. Ora, “gli altri” - in particolare quelli che classifichiamo come sconosciuti, estranei o stranieri - sono particolarmente fecondi nel rafforzare un sentimento del genere.

Perché?
Ciò che trasforma gli stranieri in pericoli - pericoli spaventosi, terrificanti, proprio per la loro riprovevole impossibilità a essere identificati - è l’assenza di una conoscenza reale delle loro intenzioni e del loro codice di comportamento. Ci mancano le competenze che servono per affrontarli in modo adeguato e per rispondere alle loro mosse. In più, c’è proprio quell’altro fattore cruciale che osservava lei prima. Gli stranieri - soprattutto i migranti, i nuovi venuti - tendono a mettere in questione quello che “noi”, i nativi, siamo, almeno nel regno dell’opinione (ovvero nel sapere in cui crediamo, ma su cui non riflettiamo...). Ci spingono, anzi, quasi ci obbligano a spiegare in che modo perseguiamo gli obiettivi della nostra vita. A rendere ragione di convinzioni e comportamenti che per noi sono ovvi, evidenti e perciò auto-esplicativi. Facendo così, quindi, disturbano. Sconvolgono la nostra tranquillità spirituale e intaccano la nostra sicurezza, così necessaria per un’azione decisa. A quanti di noi piace una situazione del genere?

In Conversazioni su Dio e l’uomo lei dice che «il momento della nascita dell’incertezza è stato il momento della nascita della moralità. E dell’io morale, cosciente di procedere su una fune. Condannando gli uomini alla scelta, Dio li ha invitati a prendere parte all’opera della creazione». Non è che, davanti a problemi così grandi, si svela pure che abbiamo paura di questo “invito”? In sostanza, abbiamo paura della nostra libertà? E se sì, perché?
È una vecchia e lunga storia... Forse addirittura una costante, visto che le ribellioni contro la libertà, dopo tutto, si ripetono con una sorprendente regolarità; sembra impossibile, ma ogni intrepida lotta contro la schiavitù, l’oppressione e la restrizione della libertà, prima o poi spinge inevitabilmente il pendolo delle disposizioni e delle passioni a svoltare di 180 gradi, incrementando il numero di quanti sono pronti ad accettare - perfino a volere - l’avvento di nuovi “giri di vite”. Così le porte chiuse tendono ad aumentare. È un fenomeno descritto dettagliatamente da Erich Fromm nel suo classico Fuga dalla libertà. Oggi - almeno qui in Occidente e tra le generazioni felici di non aver mai sperimentato in prima persona le delizie di una vita sotto il dispotismo e la tirannia - stiamo vivendo un altro simile giro del pendolo, innescato dagli stessi fattori del passato. Il fatto è che la libertà può arrivare solo in coppia con il peso e i rischi della responsabilità. A un numero crescente di persone incitate, convinte e istigate da un numero crescente di aspiranti (e spesso vincenti) cacciatori di voti, come i vari Trump, Marianne Le Pen, Orban o Fico, sembra un buon affare barattare il diritto di scelta legato alla responsabilità, troppo pesante per stare a lungo sulle spalle di un individuo, con dei tagli nell’ordine delle libertà personali. Più deboli sono le spalle di ciascun singolo e più pesante è la responsabilità scaricata su di lui con fenomeni come la privatizzazione e la commercializzazione delle funzioni sociali, sponsorizzate dallo Stato e rafforzate dai mercati. Il risultato che dobbiamo aspettarci è la crescita di una folla di “uomini e donne forti” che intravedono l’opportunità di profitti elettorali e non aspettano altro che arrendersi a questa tentazione.

È un rischio pesante...
La verità è che cresce sempre di più il numero delle persone esposte ogni giorno ai rischi, alle trappole e alle imboscate di una vita vissuta sotto le regole del mercato, la cui nostalgia per il “Paradiso perduto” coincide con l’essere liberi dalla scelta; più precisamente, con la cancellazione del dovere di prendersi cura e di contribuire al benessere del mondo e all’ospitalità degli umani che vi abitano. Ma sognare di seguire l’esempio di Ponzio Pilato e di lavarsi le mani nella battaglia tra bene e male, moralità e indifferenza, verità e menzogna, significa rinunciare alla dignità umana. Ovvero (come ci è stato insegnato da Kant e da Pico della Mirandola) proprio a quel preciso “invito di Dio”, rivolto unicamente alla specie umana, a partecipare al completamento dell’atto della creazione. E che, in fondo, è il motivo per cui sono state date agli uomini la ragione, la socialità e la libertà di scelta.

Che cosa può vincere la paura?
Di sicuro, non gli obiettivi a breve termine, i tagli e le soluzioni istantanee... Ecco, in questo mi ha colpito molto l’intervento di papa Francesco al Premio Carlo Magno. Dopo aver evidenziato l’incremento, l’assimilazione e la pratica quotidiana della “cultura del dialogo” come la strada maestra per la coesistenza pacifica degli uomini - e, al tempo stesso, per una graduale, ma decisa dispersione delle reciproche paure - ha sottolineato la necessità di introdurre l’arte del dialogo a tutti i livelli dell’educazione. Ovviamente, l’educazione è una strategia opposta alle campagne una tantum; va programmata per avere effetti duraturi e preferibilmente irreversibili, ha bisogno di tempo - forse addirittura un tempo che si estende a più generazioni; richiede molta pazienza e una determinazione salda, capace di resistere all’impatto congelante di inciampi, errori e mancanze occasionali, inevitabili. In più, occorre notare che in un’epoca come la nostra, segnata dall’accesso universale ai mezzi d’informazione e da una massiccia, onnipresente pressione di pubblicità e “pubbliche relazioni”, l’educazione non è più (come è sempre stata) un’attività limitata alla scuola; per quanto i programmi scolastici possano essere elaborati con cura, non sono più i soli a incidere sulla formazione della mentalità e del carattere. Che abbiano successo sulla pletora dei loro concorrenti è tutt’altro che scontato.

Accennava al Papa, appunto. Negli ultimi tempi ne ha parlato spesso, con ammirazione. Ha detto che per affrontare il problema delle migrazioni «dovremmo studiare e applicare la sua analisi» e «sperare che la sua parola si incarni nelle nostre azioni». Perché? Che cosa la colpisce di lui?
Penso che Francesco sia il regalo più prezioso che la Chiesa cristiana abbia offerto al nostro mondo travagliato, perso nelle sue vie, confuso, mancante di una bussola e ormai alla deriva. Ha ridato vigore alla speranza, ormai appassita, di un mondo alternativo e migliore, fatto a misura dei bisogni e dei sogni dell’uomo. Credo sia la sola figura pubblica sulla scena mossa da questo desiderio e in grado di perseguirlo. La sua voce va molto oltre il circolo incestuoso delle élites politiche: raggiunge le masse che i gestori degli altoparlanti non riescono o non si preoccupano di raggiungere, quelle lasciate da sole a trovare una via d’uscita dalla loro incertezza.

Mi permette una domanda personale? E lei, invece? Da dove nasce il suo sguardo? Me lo chiedo perché leggendola mi viene spesso da chiedermi: «Ma come fa a guardare la società, le cose, l’uomo, con questa acutezza? Che cosa gli sta a cuore?...».
Questa domanda non dovrebbe farla a me, non credo di essere la persona più adatta a fornire una risposta credibile... L’unica “via d’uscita” che posso suggerire con il mio sguardo sulla società è il tentativo di una “ermeneutica sociologica”: provo a interpretare le modalità di comportamento dell’uomo in modo circolare, come risposta alle condizioni di vita poste da una società che a sua volta lo stesso comportamento umano crea e riproduce. E provo a farlo, per quel che mi è possibile, con empatia: cerco di osservare quelle modalità dalla prospettiva della loro esperienza, di camminare nel mondo con le loro scarpe, senza evitare le buche e quant’altro...

In Stranieri alle porte, a un certo punto, scrive: «La sola via d’uscita dai disagi di oggi passa per il rifiuto della separazione. Dobbiamo andare in cerca di occasioni di incontro ravvicinato e di contatto sempre più approfondito». E più avanti usa un’espressione che mi ha colpito molto: spiega che i muri, il populismo, insomma, tutto questo meccanismo di difesa dall’altro e dalla paura «appare perfetto e infallibile. E lo sarebbe davvero, se non fosse per la presenza di una forza di segno opposto: per il fenomeno, cioè, dell’incontro che porta a un dialogo mirato a un accordo incondizionato». Che cosa è per lei questo «incontro»? Perché è così decisivo?
Oggi siamo forniti di alternative online rispetto al mondo offline; abbiamo a disposizione grandi “zone di comfort” elettroniche per proteggerci dagli incontri col semplice espediente di eliminare l’alterità degli altri dalla nostra vista, dal nostro udito e dalla nostra preoccupazione. Ma una comodità del genere resta irraggiungibile nel mondo disconnesso, ovvero in quello reale: nel quartiere, per le strade, sul luogo di lavoro, nelle scuole frequentate dai nostri figli. La realtà dell’altro, col rischio costante che comporta dell’incontro, dell’attaccare bottone, della conversazione e dell’interazione, non può essere eliminata elettronicamente e neppure sospesa. Bisogna metterla in conto. Certo, rimane la possibilità, come ha osservato Martin Buber, di “disintossicarsi” da questi incontri inevitabili degradandoli alla forma emaciata di “incontri sbagliati”, o mantenendo sempre aperta una via d’uscita sotto forma di un cellulare in tasca. Ma questi “incontri sbagliati”, quando inaspettatamente assurgono al livello di veri incontri, ci sollecitano a usare l’arte del dialogo e ad accettare il caso fortuito. E ci fanno correre il rischio di mettere in pratica questo dialogo, liberamente e da vicino. Fino a quella “fusione degli orizzonti” di cui parla Hans Gadamer, in cui l’alterità dell’altro si ridimensiona: strappando le tende, smontando le palizzate e le barricate e distruggendo i muri. È un rischio che nel mondo offline rimane sempre aperto e vicino.

Don Luigi Giussani, il fondatore di CL, già ai primi ragazzi che lo seguivano, negli anni Cinquanta, diceva che il «dialogo è comunicare la propria vita personale ad altre vite personali: condividere l’esistenza degli altri nella propria esistenza». Niente a che vedere con la dialettica, insomma, ma un’opportunità enorme. Lei cosa ne pensa? Come definirebbe il «dialogo»?
Dove possiamo andare, cosa possiamo esplorare in cerca di risposte a domande del tipo «ma io, chi sono»? Da Cartesio in poi, il «cogito ergo sum» («penso, dunque sono») ci ha fatto guardare verso l’interno. Con quella frase Giussani - a me pare in stretta affinità con autori come George Herbert Mead - mira a una interazione tra interno ed esterno, tra l’“Io” (la mia auto-definizione) e il “Me” (la mia percezione di come gli altri mi definiscono). Fino ad alcuni decenni fa, le ricerche sulla nascita e lo sviluppo del “Sé” puntavano su una “autenticità” quasi fatta entrare a forza e immagazzinata di nascosto nell’interno oscuro della psiche, esposta alle pressioni repressive delle norme culturali e in attesa degli sforzi monitorati dal terapeuta per uscire dalla prigione... Oggi, come anticipato da Giussani, sta guadagnando terreno la tendenza a sostituire il cogito convenzionale con qualcosa che si stacca chiaramente dall’egocentrismo di Cartesio. Qualcosa che diventa sempre più simile al «tu sei, perciò io sono».

Il mese scorso, a Rimini, c’è stato il Meeting: un grande evento culturale e di popolo, con ospiti da tutto il mondo, 106 incontri, 17 mostre, 800mila visitatori. Il titolo era “Tu sei un bene per me”. «Di questi tempi è un titolo coraggioso», ha detto il Papa. Per la sua esperienza, cosa serve per tornare a dire all’altro “tu sei un bene per me”?
Temo che ci vorranno più di 106 tavole rotonde e ben più degli 800mila visitatori di Rimini per far diventare carne queste nobili parole... Il “ritardo culturale” è una delle caratteristiche più evidenti della nostra condizione: siamo consapevoli dell’esistenza di molti più problemi che attendono di essere affrontati con urgenza, di quante siano le vie e i mezzi capaci di assolvere un tale compito. Noi lottiamo, sfortunatamente e disperatamente, con poteri lasciati senza briglie e istituzioni non più in grado di tenerli a freno: siamo lasciati soli a controllare la modalità e gli scopi del loro uso.

Ma lei, personalmente, di che cosa è certo?
A me pare che l’unica certezza del Ventunesimo secolo, così innamorato di deregulation, flessibilità, outsourcing, sia la crescita dell’incertezza...

Però sempre al Corriere lei diceva che arrivati a fine corsa del pendolo, quando ci saremo accorti che i muri non bastano a «scacciare i demoni», la partita non sarà chiusa, anzi: «A quel punto potremmo risvegliarci, e sviluppare gli anticorpi». Cosa sono questi anticorpi? Di che tipo di certezza abbiamo bisogno per vivere?
Forse di trovare prima o poi la via di mezzo tra il deficit e l’eccesso di certezza... Ma avendo già ascoltato molti, disseminati nel tempo e nello spazio, che proclamavano di averla trovata, sono propenso a dubitare che uno scoop del genere possa realizzarsi. Corrisponderebbe alla fine della storia.