Chieffo. Il cantastorie e la voce degli altri

«Cantava il viaggio intero della vita». Un "charity tribute" con i suoi brani interpretati da vari artisti. Su "Tracce" di dicembre, Paolo Fresu, Davide Van De Sfroos e Omar Pedrini raccontano il loro “incontro” con lui
Walter Gatti

Quando un paio di anni fa, era l’aprile 2019, Benedetto Chieffo mi ha fatto partecipe della sua idea – incidere un disco in cui le canzoni di suo padre Claudio fossero interpretate da musicisti di differenti estrazioni –, ho pensato: «Bell’idea, ma non ce la farà mai». E invece Chieffo-Charity tribute non è più un sogno artistico-filiale, ma un oggetto musicale: Benedetto ci è riuscito e le “preghiere musicali” (come le ha definite Paolo Fresu, uno dei più noti jazzisti viventi) di suo padre sono così diventate patrimonio di altri musicisti.

L’ascolto dei brani del doppio cd scorre come una storia che si dipana per mille territori. Ventidue canzoni – più una ghost track, Il popolo canta la sua liberazione – interpretate da artisti noti (Luca Carboni) o da giovani di qualità (Giua, Lombroso...), da sudamericani (Chico Lobo) e da voci mediorientali (Mirna Kassis). Emozionante l’interpretazione di Giovanni Lindo Ferretti, che declama Il Fiume e il cavaliere, come fosse la colonna sonora di un film di Tarkovskij, mentre è commovente la sapienza con cui Giorgio Conte restituisce gli orizzonti a Lontano, canzone che contiene l’universo dell’amicizia. L’interpretazione di Luca Carboni in Io non sono degno estirpa ogni vezzo autocommiseratorio. Autenticamente lirica è la Reina de la Paz proposta da Mirna Kassis, mentre Il viaggio, grazie a Davide Van De Sfroos, naviga tra le luci e le ombre di una vita passata cercando.

E poi scorrono Gioele Dix (La canzone degli occhi e del cuore), Paolo Cevoli (che si è naturalmente calato nei panni del protagonista di Avrei voluto essere una banda) e via via tutti gli altri, dalla coppia stellare Aversano-Sparagna (In questa notte splendida), per terminare con pezzi da novanta come Massimo Bubola (L’aviatore) e Giovanna Marini, che narra Stella del Mattino come fosse una profezia.

Ma come hanno vissuto l’avventura dell’incontro con Chieffo e le sue canzoni questi artisti? «Sono stato contattato per far parte del progetto», ci racconta Paolo Fresu, «e conoscevo Claudio in modo confuso, come tutti quelli che hanno frequentato una chiesa da piccoli. Allora ho chiesto a Benedetto di poter ascoltare qualcosa. E così tutto è iniziato». «Chieffo era per me un nome di nicchia», dice Davide Van De Sfroos, «un artista che viveva circondato da un alone misterioso. Quando sono stato invitato a questo progetto è stato come entrare in una galleria di artisti che avevo sfiorato da giovanissimo: il suo nome c’era nella mia memoria, ma indistinto. Eppure alla fine mi ha travolto».

Così è stato per tutti: una telefonata, una mail, un contatto attraverso amici o conoscenti. E poi la scelta del brano, l’arrangiamento e la produzione. «Registro la canzone di un altro autore solo se mi emoziona davvero», precisa Fresu. Lui si è messo all’ascolto di diversi brani, cercando un titolo che potesse “accettare” di diventare una traccia solo strumentale. E alla fine ha scelto La notte che ho visto le stelle, un brano che si situa nell’universo poetico di Chet Baker: «Il suono della sordina è cresciuto registrando con Daniele di Bonaventura, che doveva inserire solo un bandoneon (la fisarmonica argentina, ndr) e poi ci ha anche aggiunto il pianoforte, centrando la magia di una partitura che ci è lievitata in mano impercettibilmente minuto dopo minuto».

«Mi è stato proposto di interpretare Il viaggio », confessa Van De Sfroos, «e io mi sono trovato di fronte a un evento acustico-psichedelico che mi ha portato indietro nel passato». Nella canzone c’è la sua chitarra acustica, c’è un violino. E soprattutto c’è quel mix di italiano e dialetto “laghee”, di popolare e di verace, che è da sempre il marchio di fabbrica dell’autore di 40 pass: «Ho fatto in punta di piedi quello che si può fare con il lavoro altrui rimanendo se stessi, conservando però la potenza enorme della canzone originale».

Tra coloro che conoscevano Chieffo perché ne avevano suonato le canzoni “in chiesa”, c’è anche Omar Pedrini, chitarrista dei Timoria, una delle band che hanno risvegliato il rock italiano negli anni Novanta. «Qualcuno chiamava Chieffo, a mo’ di presa in giro, “il cantautore religioso”», dice Pedrini, «ma trovo fosse una definizione riduttiva, perché la sua gamma di temi era vastissima. Semmai era un uomo fuori dalla schiera, coraggiosissimo». Il musicista bresciano ha puntato diritto su Favola, la canzone dell’invito paterno alla vita: una scelta che ha una storia sofferta. «Interpretare questa canzone è stata una chiamata inevitabile», prosegue il chitarrista: «Sono un papà con una malattia cardiaca importante e non potevo che scegliere questo brano, che ho interpretato proprio pensando ai miei figli. Al Battesimo del mio ultimo nato ho cantato un’Ave Maria scritta per lui, quindi diciamo che parlo con cognizione di causa. Ecco: pensare a Claudio che scrive questa canzone per i suoi figli mi ha commosso, perché ha scritto una canzone di una tenerezza rivoluzionaria».

Una caratteristica imbattibile, sottolineata da tutti: Claudio raccontava storie. Nelle sue ballate c’erano uomini e donne, le speranze e i peccati, le delusioni e gli amori. «Mi piace immaginarmelo come il cantastorie di una volta, l’artista che entra in un locale e cantando racconta quello che ha visto, vissuto, amato e sperato», prosegue Pedrini: «Non ho conosciuto Claudio, ma era un narratore di razza, uno di quelli che raccontano la vita in modo tale che la possa capire anche un bambino: spontaneo, diretto e senza farti la morale». «Lui cantava in modo personale e robusto il viaggio di trasformazione», precisa Van De Sfroos, «le esperienze forti e importanti che ti cambiano, il viaggio intero della vita stessa. Si concentrava su quello che fa vibrare il cuore, come l’amore, le malattie, la vecchiaia, la giovinezza. Il viaggio di Chieffo è come il viaggio dei discepoli di Gesù, turbati e rapiti da uno che promette una terra promessa che nemmeno si erano immaginati. Allo stesso modo anch’io mi sento un viaggiatore, uno sperimentatore di quella droga che si chiama vita».

Tutte queste storie, il tratto dell’umano e del divino nelle sue strofe dicono ancora qualcosa a chi suona e a chi ascolta? «Assolutamente sì», conclude Fresu, «noi tutti si cresce e si cambia, ma quelle canzoni narrano storie e messaggi che vanno al di là dei tempi. Le canzoni di Chieffo hanno una caratteristica che mi fa pensare a Guccini e De André: hanno il tratto dell’autenticità».

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Country, folk, jazz, rock, suoni evocativi: c’è di tutto in questo cd registrato tra la Romagna e l’Islanda. Ma soprattutto c’è Chieffo. E non solo come autore: anche la sua voce infatti salta fuori a sorpresa nella versione di Padre interpretata da Marketa Irglova (chi ha visto e amato Once, per cui ha vinto l’Oscar come miglior canzone, se la ricorda benissimo).

Allora, alla fine di tutto questo cantare e suonare che giunge da ogni parte del mondo, di tutti questi incontri reali o che superano il tempo, splendono le parole di Giorgio Conte, che ha detto di Claudio: «Ci si può incontrare senza vedersi né parlarsi. In un luogo dove non c’è tempo né altra dimensione che non sia la musica». Questo disco ci porta lì. In quella dimensione in cui incontrarsi grazie alla musica è il vero miracolo.

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