Murales nella Villa 21 di Buenos Aires.

Un legame più grande dell'Atlantico

Un gruppo di realtà italiane legate a Cdo Opere sociali che attraversa l'oceano per incontrare le sorelle sudamericane a Buenos Aires. Più di una convention, quattro giorni di lavoro e di amicizia. Ecco cosa è "Opere gemelle"
Davide Bartesaghi

La condivisione di esperienze come occasione formativa. Anche a 12mila chilometri da casa. Un gruppetto di opere sociali italiane e di Argentina, Venezuela, Cile, Paraguay e Perù si sono date appuntamento a Buenos Aires, a fine marzo, per quattro giorni di lavoro comune. Sono le “Opere Gemelle”, e l’evento ha come titolo “Educare al lavoro attraverso il lavoro”, un’iniziativa voluta dalla Cdo Opere Sociali per condividere conoscenze, sfide, sensibilità, successi, problemi e anche fallimenti, e così mettere o rimettere in moto processi che nascano da un cammino comune.

Quattro giorni di lavoro intenso. Ma c’è anche tempo per altro. Per incontri con opere sociali che lavorano nelle zone più difficili della capitale e ti fanno toccare con mano situazioni nelle quali il bisogno si presenta come un pugno nello stomaco. Un esempio: il giorno stesso del loro arrivo, i responsabili delle varie realtà si sentono fare una proposta non consueta: distribuire zuppa bollente, pane e aranciata a uomini che vivono per strada dormendo sui marciapiedi a ridosso della Villa 21, una delle più terribili baraccopoli della capitale argentina (cfr. Tracce, novembre 2016, «Corpo a corpo con la vita»): territori di miseria e violenza dove anche i taxi si rifiutano di entrare. La distribuzione viene fatta in due gruppi, al seguito di un auto e un carretto a due ruote su cui sono stati caricati enormi pentoloni di zuppa fumante. Al loro passaggio tante figure sbucano fuori dall'ombra della notte, da un cespuglio, da sotto un cartone o un cumulo di stracci. Volti segnati dalla droga, ma anche ragazzi e bambine con gli occhi candidi che ti chiedi come siano finiti li. Molti ringraziano chiedendo un abbraccio, uno scambio di baci.

Dopo questi incontri, è più facile ritrovarsi in un aula a lavorare: ogni testimonianza consegna suggerimenti preziosi, idee, spunti. «Spiegami bene come avete fatto a raggiungere quel risultato. Noi ci sbattiamo la testa da anni». Monica Poletto, guida di Cdo Opere Sociali, introduce: «Non siamo qui a raccontarci storie di successi. Le relazioni non saranno tenute da chi ha risolto problemi, ma da chi ha messo la testa sui problemi». È proprio così. E funziona. Bernhard Scholz, presidente della Compagnia delle Opere, parla del significato del lavoro, ricordando quello che ci dice papa Francesco: lavoro libero, creativo e solidale. E insieme capiamo cosa può significare per noi.




















In visita all'“Obra del Padre Mario Pantaleo”


I temi delle giornate di lavoro sono tanti: la valorizzazione delle persone che lavorano con noi, le relazioni con le grandi imprese, la costruzione della rete sul territorio, la comunicazione. Stefano Gheno, psicologo, docente alla Cattolica di Milano ed esperto di tematiche lavorative, ci aiuta ad approfondire alcuni strumenti per la scelta e l’orientamento delle persone. La traduzione spagnolo-italiano (e viceversa) è assicurata dall’instancabile e sempre lieto padre Leonardo Grasso. I racconti, le domande, i dialoghi superano i confini dell’aula e proseguono oltre, tanto è urgente la necessità di mettere a fattor comune il patrimonio di esperienze di ciascuno.

Gli italiani hanno un approccio più metodico. I sudamericani portano storie vissute in contesti decisamente più difficili. E cosa c’è di più arduo che realizzare un’attività di formazione e inserimento al lavoro nel Venezuela portato al collasso economico e sociale da politiche astratte e autoreferenziali? Maria Dolores e Cesar di “Trabajo y Persona”, da Caracas, portano una testimonianza di quali risultati si possano raggiungere con passione e intelligenza. Poi ci sono gli amici di “Edudown”, in Cile, che accompagnano al lavoro 900 ragazzi con sindrome di down. C’è Sara di “Cesal”, dal Perù. C’è Pedro, dell’“Asociación Virgen de Caacupé” di Asunción in Paraguay, che racconta la nascita di una casa per giovani che devono finire di scontare una pena: la casa al posto del carcere, senza sbarre e senza cancelli, «ma ora non penso più a scappare perché qui è tutto per me», aveva detto un ospite.




















L'incontro con la realtà di "Hogar de Cristo"


Visitiamo l’immensa realtà di “Obra del Padre Mario Pantaleo”, guidati da Horacio di Buenos Aires (che ci ospiterà a casa sua per una cena a base di carne alla griglia, dove conosceremo anche la moglie, Claudia Álvarez, autrice di canti come Toda la vida e Cambiar al hombre).

Un pomeriggio è dedicato ad alcune tappe in quel mosaico che si chiama “Hogar de Cristo”, un’opera che si occupa del recupero di drogati, soprattutto schiavi del Paco, la “pasta base di cocaina”: un miscuglio mortale di sostanze tossiche e veleni a basso costo.

La federazione degli Hogar de Cristo marca la presenza della Chiesa in questi quartieri dove violenza, sporcizia e squallore sembrano avere predominio su tutto. Incontriamo padre Charly Olivero e i responsabili di un centro di recupero per giovani, di un luogo di accoglienza per chi ha deciso di provare a iniziare un cammino fuori dalla droga.

Nell’arcipelago di “Hogar de Cristo” c’è anche un attività di prevenzione e cura della tubercolosi. Conosciamo gli operatori di questo centro: tra loro una persona più anziana, con i capelli bianchi e lo sguardo sereno. Ci spiegano che era il primario del reparto di malattie infettive del più importante ospedale di Buenos Aires. Da quando è in pensione, fa il volontario presso il centro, la sua professionalità è il punto di riferimento per tutti, ma da come ne parlano si capisce che anche la sua umanità merita identica gratitudine.




















Sempre all'"Hogar de Cristo"


Ad accompagnarci in questo tour del dolore e della speranza è un ragazzo, Aldo. Anche lui era una vittima della droga. Ora è uno degli operatori di Hogar de Cristo, secondo un metodo diffuso e rodato: chi si è salvato dall’abbraccio mortale del Paco si prende cura di chi vuole iniziare lo stesso percorso. «Mi hanno salvato», spiega Aldo: «Ora la mia vita è al servizio di chi ha bisogno».
E poi ci sono le opere sociali arrivate dall’Italia: “La Strada” di Milano, “L’Officina” di Codogno (in provincia di Lodi), “Nazareno” di Carpi (Modena), “Rossa Sera” di Alcamo (Palermo) e “In-Presa” di Carate Brianza (Monza e Brianza). Gilberto racconta il grande lavoro realizzato da “La Strada” in zona Corvetto a Milano coinvolgendo tanti soggetti in una rete articolata: enti pubblici, grandi aziende, realtà sociali, sponsor privati, parrocchie, gruppi informali… Quando conclude il suo intervento, le domande fioccano. Nascono anche idee per fare qualcosa insieme.

«Quello che mi ha colpito dei giorni a Buenos Aires è la percezione di una unità e di una libertà nel lavoro che è interessante per tutti e soprattutto per me e che voglio condividere con gli amici, qui in Paraguay. Grazie per aver favorito l’aprirsi dello sguardo e della libertà», dice Mariano. Anche Chiara accusa il colpo: «Ha dell’incredibile il fatto di esserci conosciuti in tanti per la prima volta, arrivando da luoghi che distano migliaia di chilometri, eppure sentirsi così insieme, senza nulla da difendere o da nascondere».

Sulla stessa lunghezza d’onda anche Mariloly, che tornata in Venezuela scrive queste parole a Monica. «Ho molto apprezzato l'evento e il trascorrere di questi giorni con persone di così grande esperienza e ricchezza umana. Grazie per il lavoro fatto e per la consapevolezza che siamo insieme per arricchirci a vicenda».




















Foto di gruppo dei responsabili delle "opere gemelle"


Quando si chiudono i taccuini degli appunti dopo l’ultima lezione, la conoscenza messa in comune è tanta. Ma altrettanto numerosi sono i nuovi fronti di lavoro che si sono aperti: nuove possibilità di conoscere e crescere.

Lo spiega bene Gilberto: «Tre giorni fa, ci eravamo detti che l’utilità di questo lavoro si sarebbe capita dalla quantità di domande che sarebbero emerse. Io ho imparato tanto, ma torno a casa con più domande di quelle con cui ero arrivato. Quindi direi che l’utilità c’è stata. Eccome».

L’ultima sera ci mettiamo nelle mani di Papito: 36 anni, di cui 18 trascorsi in carcere. Ora anche lui è un operatore di Hogar de Cristo. Ci accompagna a visitare la Boca, dove è nato e dove ha vissuto sino a poco tempo fa. La Boca è un altro quartiere malfamato di Buenos Aires (anche se meno miserabile della Villa). Papito ci accompagna tra case fatiscenti, spesso dipinte con immensi murales di Maradona e Carlos Tévez. Tutti lo conoscono: anni fa era un temuto malvivente, e molti lo ricordano ancora come tale. Presenta a tutti i suoi amici italiani. Ma non si sta semplicemente vantando: è felice di questa amicizia vera e inaspettata con Monica e ora anche con gli amici di Monica. Ci porta a mangiare in un locale a pochi passi dallo stadio del Boca Junior: al suo interno una certa sporcizia e un’umanità non proprio rassicurante. Ma siamo con Papito. E dopo mezz’oretta ci troviamo a cantare inni a Maradona e canti della tradizione napoletana con gli altri avventori.

Papito non parla molto. Ha il volto segnato da un passato di miseria e violenza. E le sue poche parole hanno un peso specifico notevole. Come quelle del messaggino che manda a Monica il giorno dopo la nostra partenza. «Grazie. Sono stato bene con voi e vi voglio tanto bene».