Le Apac nel Palazzo della Legge

Nel Tribunale di Milano il convegno "L'esperienza delle carceri Apac: un modello possibile?", organizzato dalla Laf. Con i protagonisti di questa esperienza di rieducazione dei carcerati: Valdeci Antônio Ferreira e il giudice Paulo Antonio de Carvalho
Paola Bergamini

«Vi posso assicurare che il metodo Apac funziona. L’ho visto con i miei occhi, quando nel 2008 sono stato in Brasile. Davvero non ci sono guardie». Parola di Giorgio, della comunità Giovanni XXIII, durante la spiegazione della mostra “Dall’amore nessuno fugge. L’esperienza delle Apac in Brasile”, allestita nell’atrio della Corte di Appello del Tribunale di Milano (fino al 20 maggio). Una visita guidata particolare, quella avvenuta venerdì 12 maggio, durante la pausa pranzo. Infatti, ad illustrare i pannelli della mostra insieme a Jacopo Sabatiello, direttore generale di Avsi in Brasile e uno dei curatori, due protagonisti di questa straordinaria esperienza di recupero dei carcerati: Valdeci Antônio Ferreira, direttore della Federazione dei centri Apac (Associazione di protezione e assistenza ai condannati, vedi Tracce, aprile 2017) e Paulo Antonio de Carvalho, giudice del distretto di Itaúna, nello stato di Minas Gerais, in Brasile, invitati per il convegno, “L’esperienza della carceri Apac: un modello possibile?”, organizzato dalla Libera associazione forense, promotrice della mostra.

I relatori nell'aula magna del Tribunale

Alle 14 nell’aula magna del Tribunale non c’è un posto libero. Riccardo Marletta, avvocato e presidente della Laf, moderatore dell’incontro, dà la parola per i saluti ad alcuni rappresentanti del mondo della giustizia milanese: Marina Tavassi, presidente della Corte d’Appello, Giovanna Di Rosa, presidente del Tribunale di Sorveglianza, Enrico Moscoloni, vice presidente dell’Ordine degli Avvocati di Milano e Emanuele De Paola, membro del Direttivo della Camera Penale. Speranza, famiglia, valore della persona, reinserimento, lavoro sono le parole che ricorrono nei brevi interventi. Come riflesso di quanto visto nei pannelli della mostra.

È poi la volta di Alda Vanoni, presidente di Avsi, che ripercorre la storia dell’ong che opera in tutto il mondo e che oltre a seguire la formazione professionale dentro le Apac si è fatta promotrice della mostra per portare questo modello fuori dai confini sudamericani. «Le Apac sono un luogo di espiazione con una disciplina rigorosa. Non a caso la parola “carcerato” è stata sostituita con “rieducando”. Sono un esempio di sussidiarietà reale», ha sottolineato.

Si entra nel vivo con l’intervento di Ferreira. Il missionario laico comboniano e avvocato racconta che il sistema carcerario brasiliano è stato un fallimento fin dall’inizio con una recidiva dell’80%. L’esperienza delle Apac, fondate dall’avvocato Mario Ottoboni - di cui Ferreira è stato collaboratore -, è un’alternativa ricca di speranza al dramma carcerario. Le Apac, come istituzione giuridica, hanno come fine quello di rieducare il condannato attraverso percorsi di recupero; è di aiutare le vittime, cioè di promuovere la giustizia riparativa. «Da oltre trent’anni mi dedico a questo progetto. Il compito più difficile è convincere la società e le autorità giuridiche della validità di questo modello». Il punto è proprio questo: cambiare una cultura che vuole il detenuto marcire dietro le sbarre. «Mentre nelle Apac la giustizia è temperata dalla misericordia. Dietro i volti che vedete nella mostra ci sono storie di umiliazione. Sono diventato avvocato proprio per difendere questa causa. Vedete: Dio è stanco di vedere questa situazione così drammatica». La voce su quest’ultima frase un po’ si incrina commossa. E conclude: «Mi sento sentito così piccolo entrando in questo luogo. Non pensavo proprio di arrivare fin qui». È uno scroscio di applausi.

Paulo Antonio de Carvalho, giudice del distretto di Itaúna, Brasile

De Carvalho parte proprio da quest’ultima battuta dell’amico. «Anche io mi sono sentito molto piccolo. Ma vi posso dire che tutto quello che ha detto Valdeci e che vedete in mostra è vero. Ne sono testimone». Racconta che anche lui come giudice ha dovuto fare i conti con il sovraffollamento delle carceri della sua città. «Il fetore di morte che sentivo quando andavo in carcere mi rimaneva addosso per giorni». Nel 1985 conosce l’esperienza Apac. «All’inizio come tanti non ci credevo, facevo fatica a comprendere. Sono stati i volontari a farmi cambiare idea». Nel 1995 una ribellione interna distrugge il carcere. Attraverso una raccolta fondi viene ricostruito un centro rieducativo che nel 1996 Carvalho consegna ai responsabili Apac. «Non era del tutto ortodosso, ma mi sono appellato alla Costituzione. Nonostante questo ho dovuto subire vari processi». Per tanti rimaneva qualcosa di impossibile. «Poi nel tempo tanti giudici penalisti sono venuti a vedere questa esperienza e ne hanno riconosciuto la validità. Anzi ne sono usciti entusiasti. Mi chiedete se è possibile in Italia? Non ho dubbi: certo! E parafrasando le parole di Gesù: “Adesso che sapete queste cose, andrà bene se le metterete in pratica”».

Luigi Pagano, provveditore regionale per la Lombardia del dipartimento per l’amministrazione penitenziaria

L’ultimo a intervenire è Luigi Pagano, provveditore regionale per la Lombardia del dipartimento per l’amministrazione penitenziaria. «Che il carcere sia un fallimento lo sappiamo. È un problema strutturale e funzionale», esordisce. La domanda che pone è: per forza la detenzione? «Ci sono detenuti con pene al di sotto dei tre anni che stanno in carcere perché non sanno dove andare. Cioè non ci sono misure alternative. Ma il nostro è un ordinamento buono. Penso ad esempio al carcere di Bollate. Non per forza come modello da ripetere, ma come possibilità. Le cose si possono fare: una rivoluzione normale, cioè che sta nella norma». In questo senso è fondamentale l’apporto della società civile, il suo interfacciarsi con il carcere. È ancora un problema culturale. Di una cultura nuova.

Si è ormai alla fine, ma una domanda rimane aperta: come è possibile conoscere più a fondo il modello Apac? È lo stesso Ferreira, a chiusura dell’incontro, a dare la risposta: «La crescita e il riconoscimento internazionale di questa esperienza ci ha fatto prendere la decisione di dar vita a un centro studi internazionale sul metodo Apac. Innanzitutto per non perderne l’essenza».