Partinico, la nuova casa di accoglienza della cooperativa Rossa Sera

La "Rossa Sera" di Alcamo

Una nuova casa (e una nuova opportunità) per disabili. E non solo. È l'ultimo frutto di una storia cresciuta nel tempo, nata più di trent'anni fa in Sicilia, da un gruppo di ragazzi appena maggiorenni che si erano inventati il loro futuro...
Monica Poletto

Quando, nell’ottobre del 1986, don Giussani incontrò le comunità della Sicilia occidentale ad Alcamo, rimase colpito dalla «serietà dell’amore alla vita» di questo gruppo di giovani uomini, che, in una terra povera e ferita, vivevano una «connessione intuita tra la fede e la vita concreta» che si esprimeva innanzitutto nella passione per il lavoro.

Qualche anno prima, lì ad Alcamo, un gruppo di ragazzi aveva incontrato l’eseprienza del movimento di Comunione e Liberazione e aveva costituito il primo nucleo di giovani lavoratori. Che giovani erano sul serio: quasi nessuno aveva più di diciotto anni. Lavoratori un po’ meno, perché le occasioni di impiego scarseggiavano. Molti di loro avevano iniziato a lavorare da bambini, ma erano occupazioni sporadiche, mal pagate, spesso pericolose per la mancanza di qualsiasi forma di sicurezza.

Insieme avevano deciso di crearselo da soli il lavoro, costituendo due cooperative che facevano un po’ di tutto: dalla prevenzione di incendi nelle zone boschive alle pulizie dei cimiteri, passando per la coltivazione di meloni e la gestione di centri estivi per i bambini.

L'inaugurazione

La storia li ha poi portati, seguendo una passione e un’opportunità nata dalla caritativa con persone anziane e disabili, a subentrare in un’associazione e a costruire una casa di riposo, con un piano dedicato anche a persone affette da malattie psichiatriche.

Tutti quello che avevano imparato nei primi anni si è rivelato importantissimo. Perché quando dicono che hanno costruito la struttura, lo intendono in senso letterale: «Mattone su mattone».

Da allora sono trascorsi anni di impegno paziente, che ha portato i primi amici ad aggregarne altri, fino alle quaranta persone che oggi lavorano stabilmente nell’associazione. E con contratti regolari.

Quella del lavoro vero, dignitoso, è una cosa a cui hanno tenuto molto da subito. In una terra in cui spesso, invece, il lavoro è merce di scambio per favori politici e in cui non si assume a tempo indeterminato per poter in qualche modo sempre esercitare un controllo sulle persone, loro da subito hanno voluto vivere e mostrare qualcosa di diverso: «Ti assumo perchè ti stimo, mi fido di te, voglio costruire con te».



Nel tempo, l’associazione è diventata un collettore dei bisogni sociali, una calamita per tanti simpatici e strani personaggi che in quell’amicizia hanno trovato una nuova famiglia, un punto di stabilità, un abbraccio incondizionato. Così, la casa di riposo oggi è il punto di partenza di tanti pacchi alimentari, che vengono portati alle famiglie nell’ambito della caritativa. Ed è un anche centro di solidarietà in pectore. E tante altre cose.

Da questa radice fantasiosa e laboriosa è nata una cosa nuova. Mettendo le mani nella realtà la passione non si placa, aumenta. E cresce la sensibilità per i bisogni di chi è affidato e di quelli che si incontrano.

Seguendo persone con malattie psichiatriche, Liborio, Peppe, Francesco e Massimo si sono accorti che poter lavorare, sentirsi utili, è una esigenza anche per loro. Non possono stare tutto il giorno in una casa a fare attività socializzanti. Vogliono altro. Vogliono un lavoro.



E la possibilità di lavoro ha iniziato a concretizzarsi con l’acquisto di un terreno lì vicino, a Partinico. La prima volta che lo hanno visto al tramonto sono rimasti impressionati da quanto il cielo si infiamma, forse prendendo un po’ il riflesso di quella terra, anche lei così rossa.

Si chiamerà “Rossa Sera”, per il colore del cielo e dei campi. E perché anche Alcamo è terra di missione, come il Brasile raccontato nella canzone scritta per i primi giessini che partivano per Belo Horizonte negli anni Sessanta. E anche nei cuori di questi amici batte la passione per il mondo.

Su quel terreno ora sorge una casa: ospiterà dieci persone con problemi psichiatrici, che, oltre a vivere, potranno anche lavorare. Sono iniziate le prime coltivazioni, con viti, ulivi e pomodori, e presto partirà anche il laboratorio di trasformazione dei prodotti. E prima o poi si farà anche un centro di formazione, per insegnare ai ragazzi tutte le attività.

«In questo periodo tante aziende agricole stanno chiudendo, le campagne vengono abbondante e le imprese sono in crisi. Anche per questo tante persone guardano a Rossa Sera come a un punto di speranza», racconta Liborio, tra i fondatori della cooperativa.



E Peppe, il presidente, aggiunge: «Qui vivranno insieme il desiderio di costruzione e l’abbraccio al limite. Quasi a significare che è tutto l’umano che ci interessa, che costruiamo con quello che siamo, per quanto possa essere ferito e pieno di limiti, e che ci è stato dato». La cooperativa, perciò, non darà lavoro solo a chi abita nella casa, ma anche a molti altri, compresi giovani senza lavoro e altre persone in difficoltà.

Alla festa di inaugurazione, sabato 17 giugno, c’erano almeno ottocento persone. In tanti hanno passato la notte precedente a montare addobbi o a fare da mangiare; altri che volevano semplicemente esserci, contenti di fare parte di questa amicizia allegra e costruttiva. Qua e là si vedevano genitori con un figlio disabile, pieni di curiosità e speranza che quella bella cosa potesse essere una possibilità anche per il loro ragazzo.

A guardarli durante l’inaugurazione ci si accorge che quei primi ragazzi sono davvero diventati grandi. Alcuni di loro, per l’occasione, si sono pure tolti le magliette e i sandali e si sono vestiti a festa. Ma quella freschezza dell’inizio riecheggia nella loro umile gratitudine per la nostra storia, per tutti noi amici che dal resto dell’Italia siamo andati a festeggiare, per questo bellissimo oggi che ci è dato da vivere.

Viene in mente, di nuovo, don Giussani, in quel profetico incontro ad Alcamo di trent’anni fa: «Il gusto del lavoro che ho visto in voi, il coraggio del rischio che ho visto nelle vostre iniziative, è un’espressione della vita come servizio a un disegno più grande, che si svolge nei tempi in cui noi abbiamo a costruire. Dobbiamo costruire il nostro piccolo grande pezzo di mondo. Venga il Tuo Regno, e il suo regno è anche un uomo che cerca di rendere più umana la vita propria e altrui».

Monica Poletto è presidente di Cdo - Opere sociali