Vittorio Gallese

Meeting. Gli affetti della mente

«C’è bisogno di una rinnovata cultura della conoscenza». Il neuroscienziato Vittorio Gallese ha raccontato a Tracce il divario tra realtà e percezione. Un viaggio nell’incontro tra l’io, il mondo e gli altri. Sarà a Rimini lunedì 19 agosto
Alessandra Stoppa

«Se viene meno la dimensione affettiva, le nostre decisioni divengono irrazionali e inadeguate». Sono parole di Vittorio Gallese, professore di Psicobiologia e Neuroscienze cognitive. Classe 1959, scienziato «non scientista», agnostico affascinato dalla meravigliosa enigmaticità umana, fermamente convinto che il modello della mente come “perfetta razionalità” sia insostenibile. E che quindi lo sia la presunta equazione tra la conoscenza e una ragione «sigillata» dalle emozioni, dalle «sollecitazioni affettive suscitate in noi dall’incontro con il mondo della vita. Niente di più falso».
Gallese ha fatto parte del gruppo di ricerca che nell’estate del 1991 ha scoperto i neuroni-specchio: «E non li stavamo cercando», dice. Ma non si tratta solo di serendipity. «Anche se li abbiamo scoperti per caso, non è un caso che siamo stati noi a scoprirli. Perché eravamo pronti a riconoscere queste nuove proprietà e soprattutto a intuirne la rilevanza. Una volta che ci s’imbatte nell’inatteso, è importante saperlo riconoscere, e soprattutto non farsi condizionare da un canone dominante o da un prevalente modello teorico. Non si deve mai dare nulla per definitivamente scontato».

Oggi sembra che a dominare sia la percezione della realtà più che la realtà effettiva. Assistiamo, a vari livelli, ad una fragilità nel modo di conoscere. Si parla di “crisi cognitiva”, lei cosa ne pensa?
È verissimo che assistiamo sempre di più ad una potenziale divaricazione tra ciò che esiste e come lo percepiamo. E la dissociazione diviene problematica quando si tratta della realtà sociale, politica ed economica. Dalla percezione dello stato delle cose discendono non solo le nostre scelte, ma anche il modo con cui ne facciamo esperienza, fino ad interessare e condizionare dal profondo le tonalità affettive che caratterizzano il nostro vivere quotidiano. Vediamo diffondersi nella società un sempre maggiore senso di sgomento, smarrimento, paura che, a sua volta, evoca un senso di frustrazione e rabbia.

Perché, secondo lei?
La divaricazione tra la realtà effettiva e la sua percezione è molto dipendente dalle nuove modalità di comunicazione. Il nostro rapporto con la realtà dipende, infatti, sempre meno dal nostro incontro diretto con essa: non siamo noi ad incontrare il mondo, ma è il mondo che ci incontra quotidianamente, attraverso la mediazione del filtro digitale, il quale produce, da un lato, effetti mimetici su vasta scala (la cosiddetta “viralità” di contenuti che si diffondono a volte in modo pandemico e in brevissimo tempo). Ma c’è dell’altro. Queste particolari modalità di diffusione dell’informazione fatalmente selezionano e privilegiano le emozioni negative che, per motivi che qui sarebbe troppo complicato riassumere, trovano maggiore risonanza. Se a ciò si aggiunge il progressivo invecchiamento della popolazione, particolarmente evidente in Paesi come l’Italia, il risultato è una società sempre più rivolta al passato: un passato mitico, in cui tutti erano più felici e si stava meglio, un passato cui tornare assumendo una modalità esistenziale improntata alla difesa e alla chiusura. Risultano così menomate le spinte verso una reinvenzione e riprogettazione della realtà, imposte dai nuovi scenari di un mondo che sta cambiando a velocità vertiginosa. Siamo bloccati e chiusi in noi stessi. E abbiamo paura. Abbiamo bisogno di una rinnovata cultura della conoscenza, che ci educhi alla complessità della realtà in cui viviamo, fornendoci gli strumenti culturali per comprendere meglio ciò che accade. Che nessun’uomo sia un’isola rimane a mio parere un punto fermo: partendo da questo presupposto, bisogna sforzarsi di comprendere come questo valga. Sia a livello personale che a livello globale.



Cosa ritiene prioritario per sviluppare un nuovo e adeguato rapporto con la realtà?
Dobbiamo partire da una migliore conoscenza di noi stessi. È una vecchia ricetta, lo so, ma rimane sempre valida. Ed una migliore conoscenza di noi stessi, dal mio limitato punto di vista di neuroscienziato, significa comprendere meglio le basi neurobiologiche e corporee di ciò che ci rende umani. Ciò implica comprendere meglio anche come comunichiamo, come stiamo insieme agli altri, e come comprendiamo ciò che ci viene comunicato. Le neuroscienze oggi possono dare un contributo fondamentale ad affrontare questi temi, soprattutto se declinate in modo critico e in dialogo con le scienze umane. La nostra specie ha alcuni tratti distintivi: siamo creatori di immagini e narratori di storie. Entrambe queste facoltà condividono una forte dimensione di performatività. I nostri “manufatti simbolici”, totem, pitture rupestri, sculture, dipinti, poemi, romanzi, sinfonie, opere, film... nascono da un processo di esternalizzazione di contenuti, grazie alla ritualizzazione e riconfigurazione di attività quotidiane, come costruire utensili, edificare rifugi e abitazioni, o procurarsi il cibo. In altre parole, vedo un continuum, più che una discontinuità, tra la mente che crea per fini utilitaristici un’ascia in pietra e quella capace di concepire la Cappella Sistina. La nostra insopprimibile tendenza a creare mondi paralleli di finzione, sia attraverso la creazione di immagini che di storie, ha condizionato da sempre la nostra esistenza, ha fatto di noi degli animali culturali. Il confine tra natura e cultura è più apparente che reale. Scienza e tecnologia sono per gli umani altrettanto “naturali” di quanto lo sia il canto per gli uccelli: natura e cultura sono due facce della stessa medaglia, due modi diversi di declinare quello stesso unicum olistico che chiamiamo essere umano. Oggi assistiamo ad un cambiamento dei veicoli delle forme espressive culturali e della loro ricezione. Questo deve spingerci a comprenderne meglio i sostrati neurobiologici e corporei, e, soprattutto oggi, quanto il “mezzo” condizioni il messaggio. E la sua ricezione. Parte della mia ricerca è proprio volta in questa direzione.

Può fare un esempio?
Fa una grande differenza rapportarsi a un problema come quello dell’immigrazione, affrontandolo solo attraverso numeri e tabelle, o grazie alla narrazione delle esistenze delle persone che vivono questa drammatica condizione esistenziale. Quando siamo messi nelle condizioni di accoppiare ad un tema un volto, un corpo, un nome, insomma l’esistenza di un altro uomo, il nostro atteggiamento cambia radicalmente. Il problema, da astratto che era, viene calato nella relazione tra persone, si arricchisce di una storia individuale, di sentimenti, emozioni, dolori, gioie, speranze e paure. La nostra percezione di quel particolare scampolo di realtà ne risulta profondamente trasformata.

In una recente intervista sul Corriere della Sera diceva che la «dimensione esperienziale» sta diventando uno degli snodi centrali nello studio del cervello-corpo. Può spiegare meglio?
Ci hanno raccontato per decenni che la mente umana è una macchina computazionale non troppo diversa da un computer. Secondo la visione del cognitivismo classico, ciò che conta non è il sostrato – biologico o sintetico non farebbe differenza –, ma l’algoritmo, il programma che guida i nostri pensieri e le nostre competenze mentali. Da lì scaturisce il sogno di riprodurre la mente umana in robot o computer. Progetto, dobbiamo aggiungere, tutt’oggi irrealizzato, e per buoni motivi. Se c’è una cosa di cui sono professionalmente orgoglioso, è di avere dato insieme ad altri colleghi in tutto il mondo un contributo per dimostrare la falsità di questi assunti. Noi facciamo esperienza del mondo. Tutti i processi fisiologici e neurali che caratterizzano la nostra vita producono un’esperienza del mondo.

Secondo il cognitivismo classico, ciò che conta è l’algoritmo. Da lì scaturisce il sogno di riprodurre la mente umana in robot o computer. Progetto tutt’oggi irrealizzato, e per buoni motivi. Sono orgoglioso di avere dato insieme a colleghi in tutto il mondo un contributo per dimostrare la falsità di questi assunti

Cosa intende per «esperienza»?
La consapevolezza di essere al mondo e del mondo in cui siamo, che verosimilmente condividiamo almeno in parte con molte altre specie animali. Ma ciò che rende unica l’esperienza umana è la possibilità di tradurla in un racconto. Come dicevo prima, non solo natura e cultura sono due facce della stessa medaglia, ma è proprio la nostra dimensione corporea ed incarnata a conferirci tutte le prerogative che collettivamente definiamo “mente umana”. I nostri pensieri, i nostri sogni, le nostre illusioni e le nostre speranze, e le azioni che ne discendono, sono espressione della nostra natura corporea e del mondo fisico in cui questa corporeità si è evoluta. Senza dimenticare l’altro ingrediente fondamentale alla base dell’essere umani: la nostra natura sociale. Come ha scritto Martin Buber, non c’è Io senza Tu. La nostra esperienza del mondo si costruisce, sviluppa e riposa sull’incontro con l’altro. Non capirlo significa partire col piede sbagliato, significa finire in un vicolo cieco. Nell’incontro con l’altro ciò che ci interessa di più è essere dall’altro riconosciuti e desiderati. Pensiamo di esistere solo nella misura in cui ci rispecchiamo nello sguardo che gli altri ci rivolgono. Da questo punto di vista, l’invisibilità sociale equivale ad una negazione di esistenza. Per questo, è importante alimentare e sostenere i momenti e le situazioni di aggregazione sociale e le istituzioni, partendo dalla famiglia, che li rendono possibili. Siamo strutturalmente fatti per incontrarci, per riconoscerci vicendevolmente nella differenza, condividere obiettivi e realizzarli insieme. Non possiamo ridurre la socialità, e la società, ad una somma di monadi narcisiste, che si relazionano a distanza in modo virtuale grazie alla mediazione tecnologica digitale. Per carità, non voglio demonizzare il progresso tecnologico, che ha moltissimi aspetti positivi, ma non è questo il mondo che desidero per i miei figli.

Lei afferma che «se viene meno la dimensione affettiva, le nostre decisioni divengono irrazionali e inadeguate»? Ma il ruolo che riveste il “coinvolgimento affettivo” ai fini della conoscenza viene diffusamente svalutato, imputato di parzialità. Qual è la sua importanza?
Un altro dei corollari del cognitivismo classico consiste nel definire la specie umana come espressione di una razionalità idealmente perfetta, guidata da strategie utilitaristiche volte a massimizzare il proprio tornaconto, che risulterebbero tanto più efficaci quanto più “sigillate” dalle emozioni e sorde alle sollecitazioni affettive suscitateci dall’incontro col mondo della vita. Niente di più falso. Sappiamo che le cose non stanno così. Sappiamo che le nostre decisioni e scelte sono adeguate al contesto solo quando sono accompagnate da una risonanza emotivo-affettiva. La razionalità, privata della guida delle emozioni, diviene cieca, fa deragliare la nostra esistenza. Allora, ancora una volta, risultano fondamentali i contributi delle neuroscienze, e segnatamente le ricerche di Antonio Damasio o quelle di Jaak Panksepp, il primo a parlare in modo pionieristico già trent’anni fa di Affective Neuroscience (neuroscienze dell’affettività) e della loro rilevanza per comprendere chi siamo.

La nostra esperienza del mondo si costruisce, si sviluppa e riposa sull’incontro con l’altro. Non capirlo significa finire in un vicolo cieco

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Lei come vive il rapporto tra conoscenza oggettiva e soggettività?
Fare scienza senza essere scientista per me significa partire da una posizione di grande umiltà intellettuale rispetto all’impari sfida di tematizzare la complessità della dimensione umana. Vi sono soglie oltre le quali la scienza deve ammettere la sua ignoranza e/o impotenza. Non sto dicendo che si possa o debba decidere a priori cosa possa essere conosciuto e cosa no. Ma partire dal pensare che tutto prima o poi sia spiegabile, riducendolo a meccanismi fisico-chimico-biologici è un atto – molto umano – di hybris e presunzione. La complessità umana richiede di essere affrontata in modo complesso, facendo convergere di più approcci che obbediscono a logiche e linguaggi di descrizione in gran parte diversi, proprio perché si riferiscono ad aspetti diversi dell’essere umano. Credo che la scienza e le neuroscienze cognitive in particolare dovrebbero essere sempre più capaci di collaborazione con le scienze umane. Da molti anni mi impegno in questo senso: lavoro con filosofi, linguisti, antropologi, psichiatri, storici dell’arte e teorici della letteratura. Abbiamo bisogno di formare competenze in parte trasversali, fertilizzare reciprocamente aree diverse del pensiero, per costruire un linguaggio il più possibile comune, o quantomeno elaborare concetti ponte che aumentino la reciproca coerenza e la reciprocità dei diversi approcci e metodi d’indagine. Ma tutto questo non deve rimanere confinato tra le pareti dei nostri laboratori. Deve servire a migliorare le nostre azioni, per costruire una società equa, inclusiva, rispettosa dei diritti delle persone e della qualità della loro vita. È parte di quella che definiamo “Terza Missione”. Nella misura in cui è alimentata dal denaro dei contribuenti, la scienza deve avere tra i suoi obiettivi quello di contribuire alla crescita della società.

(da Tracce, novembre 2018)