Il carcere di Padova

Fine pena: qui e ora

Bledar ha «imparato a lavorare», Wu, oggi, si chiama Andrea, come uno degli apostoli... Siamo entrati al Due Palazzi, il carcere di Padova, dove una piccola comunità sta vivendo in un modo nuovo (da Tracce, novembre 2009)
Paola Bergamini

Alle 7,30 il carrello della colazione inizia il suo tragitto. Si ferma davanti a ogni cella: le porte si aprono e finita la consegna si richiudono. Dalle celle esce il profumo del caffè che qualche detenuto si è già fatto sul suo fornellino. Inizia la giornata al Due Palazzi, il carcere di massima sicurezza di Padova: 800 detenuti, dieci sezioni comuni, due di alta sicurezza, due di protetti, coloro che non possono entrare in contatto con gli altri detenuti. Prima delle otto alcune celle si riaprono per i carcerati - un centinaio - che svolgono attività lavorative o studiano e che si dirigono ai padiglioni e al polo universitario. Gli altri aspettano l’ora d’aria, poi il pranzo, se è giornata di colloqui l’incontro con i familiari o l’avvocato, e poi ancora l’ora d’aria, la cena… Tutto uguale, tutto che si ripete. Nel corridoio della V sezione, Marino e Salvatore si incontrano. «Mi ha colpito quello che hai detto sabato. Del tuo errore, del dolore». «Anche tu, quando raccontavi delle tue figlie. Mi sembrava di essere in famiglia. Dopo, se c’è un attimo di pausa al call center, ne riparliamo». Non è per tutti uguale il tempo che trascorre qua dentro. Da un anno, per alcuni si è insinuata una novità, un seme di vita nuova che ha cambiato la quotidianità. Anche per chi sul fascicolo ha la scritta: fine pena mai.
Me ne accorgo quando li incontro in mattinata nelle cucine, in pasticceria, nei padiglioni, tutte realtà lavorative gestite dalla cooperativa Giotto, che da quasi vent’anni opera all’interno del carcere di Padova (cfr. Tracce, n. 1/ 2006). Tutto era partito da lì: dal lavoro come possibilità per far rinascere la speranza in un ambiente dove non si dovrebbe averne più di speranza. «Nessun assistenzialismo buonista. Qui devono lavorare sul serio come in qualsiasi altro posto di lavoro. Non guardiamo al reato commesso, ma alla persona. Questo ridà fiducia e dignità. Non è sempre facile, ma la scommessa è su questo punto», mi aveva spiegato tre anni fa, la prima volta che avevo messo piede in carcere, Nicola Boscoletto, allora presidente della cooperativa sociale Giotto e oggi presidente del consorzio sociale Rebus. Due anni dopo c’era stata la mostra sulle carceri al Meeting; alcuni dei detenuti, insieme agli agenti di polizia penitenziaria, erano andati a fare da guida. C’eravamo reincontrati. Erano entusiasti. Anche quest’anno in una decina sono tornati, qualcuno è venuto per la prima volta. Tanti avvenimenti. Tanti tasselli di un mosaico che si costruisce giorno per giorno.
In cucina rivedo Davide, giovane napoletano: sta in disparte, sembra non riconoscermi eppure mi aveva raccontato di sé, della famiglia. «Ognuno di loro ha il suo percorso personale da fare. Passato l’entusiasmo di chi, come lui ad esempio, è stato al Meeting e ha visto una cosa nuova, inaspettata, e ritorna fra queste quattro mura dove tutto sembra negare la bellezza vista, è necessario decidere che anche qui è possibile vivere la stessa esperienza. Ci vuole pazienza e i tempi non sono nostri», mi dice Roberto Fabbris che da anni sovrintende il lavoro in cucina. Nulla è scontato, nemmeno per chi da fuori viene qui a lavorare. Intanto, dal fondo, qualcuno mi chiama. «Queste le sto facendo per te. Ci vediamo dopo». È Giovanni. Con le mani mi mostra le tagliatelle che escono dall’impastatrice.
In pasticceria è iniziata la lavorazione dei panettoni natalizi, oltre alla normale produzione di dolci per alcune importanti pasticcerie e società di catering di Padova. Raccontano e intanto continuano a riempire stampini e guarnire pasticcini. «Sono contento, ho imparato un lavoro. Mi servirà quando esco», mi racconta Pjerin. In corridoio, mentre andiamo verso i padiglioni, Nicola saluta un detenuto: «Ci si rivede». E l’altro: «Se vieni qui, mi vedi sempre!». Ridiamo.
Nei padiglioni dove si effettuano lavori di assemblaggio e nella stanza del call center (dove si effettuano le prenotazioni per conto dell’Azienda ospedaliera di Padova) rivedo alcune facce: Franco, Salvatore, Alberto, Marino… Si chiacchiera, ho l’impressione che qualcosa sia cambiato. Le persone sono le stesse, anche le mansioni, all’assemblaggio delle valigie e delle confezioni per preziosi si è aggiunto quello delle biciclette, ma in alcuni c’è una consapevolezza, - verrebbe da dire: una pace - nuova nel fare i soliti gesti. «Quest’anno è venuta mia mamma a trovarmi» mi racconta Bledar, albanese, nel suo italiano stentato: «Non la vedevo da dodici anni. Quando ci siamo incontrati abbiamo pianto tutti e due. Lei mi ha detto: “Il Signore ti ha voluto in galera per salvarti”. Ha ragione. Ho una vecchia foto con i miei amici: sono morti tutti, chi ucciso nelle faide, chi per droga. Se non mi arrestavano, o ero morto o facevo molti danni. Pensa, io che non ho mai voluto lavorare qui ho imparato anche questo». Cosa hai imparato di altro, Bledar? «Ad accettare tutti. Qui qualcuno mi ha voluto e mi vuole bene. Ho chiesto di ricevere il Battesimo. Ho scelto come nome Giovanni. Con don Lucio comincio il catechismo. Ne parliamo a Scuola di comunità, il sabato mattina. Io ora sono libero. Dopo un male viene un bene». Quando uscirai, Bledar? «Mai. Ci vediamo a pranzo». Sorride.



«Ci giochiamo tutto». Nicola e Andrea Basso - presidente della cooperativa Giotto - mi raccontano che un anno fa, dopo l’esperienza del Meeting, hanno buttato lì l’idea della Scuola di comunità. Al sabato mattina con Gino Gatti, un adulto della comunità di Padova, che non c’entra nulla con il carcere. «All’inizio erano guardinghi. Non sarebbe rientrato nel loro curriculum carcerario. A cosa poteva servire? Gli abbiamo chiesto di starci. E noi con loro. Ci giochiamo tutto. Per me è stato come il riaccadere di quell’incontro avvenuto tanti anni fa. È un gesto di una purità essenziale. Adesso a pranzo fatti raccontare. Sono in dodici a farla». Ora comincio a intuire: un Avvenimento che cambia.
Ore 13. Mangiamo in una saletta dietro i padiglioni. Butto la domanda: ma allora cosa è cambiato? Marino è il primo a rispondere: «Io sono cambiato. Il 5 giugno in carcere sono venuti i frati a celebrare la messa per la festa di sant’Antonio. In quell’occasione ho conosciuto don Lucio. Ho chiesto di confessarmi. L’ultima volta era stato dodici anni prima: avevo raccontato solo bugie. Questa volta avevo fatto pace. Ho pianto tutta la messa. È stata la Scuola di comunità. Vedi, è un luogo in cui puoi parlare, sei come in famiglia. Cosa che non accade in carcere. Non devi trarre soluzioni. Chiedi. Io ho imparato a chiedere non solo le cose materiali, ma qualcosa di più. Ad esempio, chiedo come indicare la strada ai miei figli. Prego per loro. Chiedi e basta. E le risposte sono superiori alle aspettative». «A Scuola di comunità puoi parlare perché non sei giudicato - interviene Franco -. In carcere tu sei visto da tutti - detenuti e guardie - solo e soltanto per il reato che hai commesso. Nel bene e nel male. Rimani quello per sempre. Noi siamo cambiati. Capisci: noi siamo una piccola comunità».

L’ultimo comunista. Noto in fondo alla tavola Salvatore, anche lui è cambiato: meno arrabbiato, teso. Glielo dico e chiedo dei suoi esami universitari. «Sono fermo. In cella adesso siamo in tre, ed è difficile studiare. Grazie per il complimento, comunque. Vedi, a Scuola di comunità siamo sinceri, in sezione sei incastrato nella tua parte. Qui sei messo di fronte alla realtà, come poter parlare del tuo reato. È diverso affrontare il proprio errore con loro. Comincio ad accettare la mia situazione. Di più: io posso costruire la mia vita qua dentro. Questo è stato possibile perché ho incontrato delle persone che mi hanno fatto capire cosa è il bene e cosa è il male. A quel punto uno fa il paragone con la propria vita. Come quando è venuta Rose Busingye (l’infermiera ugandese che segue i malati di Aids a Kampala; ndr) a trovarci». Rose? «È venuta il 14 agosto», mi dice Andrea. Ha spiazzato tutti. «A me ricordava Madre Teresa», sussurra Bledar, l’albanese: «Marino, Alberto e Franco attraverso di lei hanno fatto un’adozione a distanza di tre gemellini africani. Anche io ne ho chiesto uno».
Mentre parliamo un detenuto con discrezione sparecchia, guarda che non manchi nulla in tavola. «È Zahariev, l’ultimo “vero” comunista bulgaro - spiega Nicola -. Si definisce ateo, ma sta sempre con noi. Ci vuole bene. Oggi è felice di essere qui». Lo vedo sulla soglia della porta, gli occhi azzurri sgranati. Non perde una sillaba. «La Scuola è stata un’opportunità - continua Marino -. All’inizio eravamo curiosi. Poi abbiamo capito che si poteva parlare con sincerità. E questo ti porta ad avvicinarti a Dio. Parliamo di cose reali che ti portano a Cristo». «A me però spiace per gli altri che stanno male...», commenta Alberto. «Senti, adesso guardo a me», lo interrompe Franco: «Guardo in faccia la realtà. Se sto bene io posso aiutare gli altri. Come ha detto Rose: se tu cambi poi, come Dio vorrà, cambierà il mondo. La partita è sempre aperta». Dice Max: «Io ringrazio Dio per la Scuola di comunità. Mi rallegra il cuore. È la prima volta che faccio un’esperienza del genere e sono cristiano da più di quarant’anni. Dio è presente quando ci incontriamo, questo lo dice don Luigi (il cappellano del carcere; ndr), qualcosa si sta muovendo tra di noi. Dio è nella mia vita, non solo nella Bibbia. Per me si è aperto un orizzonte nuovo. Questo mi lascia più libero perché Dio fa quello che deve fare».
Si riparla del Meeting. Amin ha partecipato per la prima volta. Ed era anche la prima uscita dal carcere. «Ero sconvolto. Io sono musulmano e proprio in quei giorni iniziava il Ramadan. Ho chiamato mia madre per chiederle cosa fare. Mi ha risposto che potevo posticiparlo di una settimana. A un certo punto vedendo tutta quella gente mi sono chiesto: come ho potuto commettere così tanti reati?». Giovanni mi fa segni con la mano: «Lo sai che sono diventato nonno? Porta il mio stesso nome. Una cosa voglio dirtela anche io: io non ho mai pregato Dio e mi ha mandato queste persone che mi vogliono bene. Io vado a Scuola di comunità perché mi piace. Io avevo scelto di stare nella “fratellanza” della camorra e ho ricevuto solo male. La “fratellanza” di Cl, perché io sono del movimento, mi è capitata e mi è venuto solo bene». Davide ha ancora la faccia scura. «Per me è stato solo un anno difficile. Mi sono chiuso». E Francesco: «Deve scattare la scintilla». «L’iniziativa è di Dio», conclude Marino.

«Perché mi aiutano?». È tardi. Devono tornare, chi in cella, chi al proprio lavoro. La cena è alle 16,30 in carcere. Alle 20,00 c’è la chiusura totale. A uno a uno mi salutano. «Vieni, voglio che incontri i detenuti che in semilibertà escono tutti i giorni per andare a lavorare in aziende gestite sempre dal consorzio Rebus. Vivono in una sezione a parte nel carcere», mi dice Nicola.
Ci vediamo al centro congressi Albino Luciani a Padova. Alvarez da sei mesi lavora alla manutenzione del verde. «Appena sono entrato in semilibertà ho chiesto a Nicola dove potevo continuare a fare Scuola di comunità. Di iscrivermi. Non ne posso fare a meno. Io non ho mai lavorato, solo ora capisco i sacrifici dei miei genitori. Ho finito di piangermi addosso. So che devo pagare, ma il mio debito non finirò mai di scontarlo. Ho imparato a essere umile. Tutto è cambiato con questi amici. Me ne sono accorto una sera che ero davanti alla finestra e ho cominciato a recitare il Padre nostro». Alvarez è stato al Meeting sia l’anno prima che quest’anno. «Mi ha stupito che non si fossero dimenticati di me». Con lui c’era anche Maurizio che lavora nella ristorazione: «La prima volta al Meeting mi ha spiazzato. Mi sono accorto che io non avevo rapporti. Quando sono tornato in carcere ho pianto. Ho pianto mentre lavavo le pentole. Non lo avevo fatto nemmeno il giorno della sentenza in tribunale. A un certo punto mi sono detto: ma come ho fatto a fare tanto male? In carcere ho incontrato qualcuno che crede in me. Quindi Dio esiste. Mi sono fermato allo stop e adesso è Lui il mio autista». Ridiamo. Wu Ye ha finito di scontare la pena. Ora è libero. Ma è rimasto con questi amici. «Quando sono entrato in carcere pensavo di non avere più alcuna speranza. Tutto finito. E invece al Due Palazzi è cambiato tutto. Loro si sono dati da fare affinché non fossi estradato in Cina. Che significava per me la pena di morte. Mi sono chiesto: perché mi aiutano? È Gesù che me li ha fatti incontrare. Allora ho deciso: mi faccio battezzare». Che nome hai scelto, Wu Ye? «Andrea».
Bledar e Wu Ye. Giovanni e Andrea. Come i primi apostoli.