Franco Loi

Perché la vita sia più vera

La Milano dei suoi versi e della classe operaia. La cultura, la santità. E il lavoro dell’uomo: «Fare attenzione». Franco Loi si racconta e spiega perché ciò che urge è «una forte coscienza di sé» (da Tracce luglio-agosto, 2012)
Alessandra Stoppa

«Assisto a una riunione in cui si parla solo per numeri». Poco più sotto: «Non sono i grandi eventi a distruggere l’uomo, ma le piccole, minute, dosi di oppio quotidiano». Legge a caso, sfogliando agendine che risalgono agli anni Cinquanta. Franco Loi non era ancora un poeta affermato, ma già da tempo si segnava tutto quello che vedeva, e sentiva. Non perché avesse deciso di scrivere, solo per un’attenzione continua, perforante, a sé e alle cose. Non ha mai rinunciato a questo, a fare attenzione, a conoscersi. Tanto da poter dire oggi, a ottantadue anni: «Io non so ancora chi sono. Chi è che fa dentro di me?». Parla di ogni cosa con questo senso del mistero addosso, e ogni volta che lo dice - «tutta la vita è mistero» - si ferma e tace. Lo dice appagato, come il più grande conforto.
Si scrive perché la vita sia più vera, recita il verso di una sua poesia. E lui ha scritto tanto perché si sente chiamato da tutto. «La realtà ha vita, respira. Ogni cosa ha il significato di un fiato che viene verso di me». E ripete,?«ogni cosa», guardandosi intorno nella sua casa in un palazzone del ’46, a sud di Milano. Tira fuori un libro dopo l’altro dagli scaffali stipati che coprono le pareti, s’incanta a leggerti Jung, la Genesi, i sonetti del Belli. E le sue poesie. Uh Diu, perdòna mí del smentegâss / perdòna i mancament, quj svanament / che mí me ciappa nel desamurâss... (Oh Dio, perdona il mio dimenticare, perdona i mancamenti, quegli smarrimenti, che mi prendono del disamorarmi...). Non entra in chiesa da quando aveva quattordici anni. Ha militato nel Pci, fino al ’54: «Ho lasciato prima dei fatti d’Ungheria. Ma poi ho fatto ancora tanti errori...». Se n’è andato deluso dall’ideologia, «non dall’uomo, l’uomo è sempre più grande di quello che pensa di essere». Anche quando lavorava scriveva, perché la vita sia più vera», recita il verso di una sua poesia. Nato a Genova, da padre sardo, è arrivato a Milano a sette anni. E non appena nomini la visita del Papa nella città della sua vita e della sua lingua, ti parla del lavoro. Non del lavoro in generale. Di quello fatto «con le mani». Che poi per lui è «il lavoro del vivere, di imparare a conoscersi attraverso l’esperienza». Nel suo parlare, il lavoro, la coscienza di sé e la santità sono legati. E non per associazione d’idee. Per natura.

Perché la prima cosa che pensa parlando di Milano è il lavoro?
Perché è la città della classe operaia. Appunto, della gente che lavorava con le mani: gente che era colta e intelligente, anche se era ignorante. Perché imparava ad amare e a conoscere qualcosa di sé e di quello che aveva davanti. Ma non è che lo dico io. Io lo ripeto soltanto. Fu un operaio a dirmelo, tanti anni fa: «Io amo molto il mio lavoro e sono contento, perché imparo quaicos del ferr e quaicos de mí». Imparo qualcosa del ferro e qualcosa di me. È la stessa cosa che dicono i grandi scienziati, la stessa che diceva Einstein: non si perviene alle leggi universali per via di logica, ma per intuizione. E l’intuizione non la facciamo noi.

In che senso?
L’intuizione è possibile nel rapporto simpatetico, cioè amoroso, con l’esperienza. Questo è il problema della cultura oggi, e della scuola. Si riempiono i ragazzi di nozioni e di costruzioni umane senza educarli, senza far crescere in loro il desiderio di ciò che amano e di ciò che vogliono. Che loro non amino per niente sé e quello che faranno, questo è il grande guaio, uno dei grandi guai della nostra società. Perché amare non vuol dire solo diligenza nel fare, ma crescita della coscienza di sé, che diventa più vasta e più attenta.

Per lei la vita e il destino di una città dipendono del tutto da questa crescita di coscienza delle persone. Infatti, scrive di avere dubbi «sull’efficacia del luogo in sé».
Una città non sta in piedi se non è l’uomo a sostenerla. Da qui dipende il fatto che una città possa essere comunità. Il problema è sempre: l’uomo. Tanto meno è cosciente, tanto più cerca sentimenti immaginari come l’“identità” della città. Invece è la civiltà che muore, è l’uomo che dorme. Ma perché mai, per esempio, andiamo tutti a Firenze? Perché è bella? No: perché ci sono stati degli uomini che l’hanno fatta così.

Durante la sua visita a Milano, il Papa ha richiamato tutti all’eredità di «un glorioso passato» e di «un patrimonio spirituale di inestimabile valore» che oggi spetta a noi trasmettere.
Sì, ma questo inestimabile valore dov’è? Ci sono uomini, i nostri santi, proprio quelli che il Papa ha ricordato (da san Carlo a santa Beretta Molla; ndr) che hanno vissuto quel valore. Ma oggi non è che quel valore si trasmette solo dicendolo, facendolo sapere, non basta a risvegliare l’io della gente.

E, secondo lei, come si trasmette?
Quel valore deve essere visto. Deve esserci una presenza incessante in mezzo alla gente. Intendo, la presenza di uomini che ti aiutino a conoscere te stesso. Perché quel valore bisogna che penetri in te. Questo succede se ti chiedi chi sei, veramente; cosa ami, veramente. Solo così puoi mettere a disposizione il tuo io, con i suoi desideri che non finiscono mai.

È il problema di una «più vasta e più attenta coscienza di sé», come diceva prima.
È quello che serve: una forte coscienza di sé. L’ideologia razionalista ha travolto l’uomo con la logica. È come se si continuasse a dire: sappiamo già tutto. Sappiamo chi siamo. Ma non è così! Sanno davvero solo coloro che cercano. La coscienza di noi stessi è molto più vasta di quello che abbiamo in mente, ma se non sperimentiamo questo, confondiamo le cose desiderate con lo scopo del nostro desiderio. Pensiamo di sapere chi siamo, mentre sostituiamo la nostra sete d’infinito con le cose.

Sorprende sentirla parlare del mistero, lei che è stato marxista e materialista.
Nel cammino della mia vita ho imparato che o mi metto davanti al mistero o non vado da nessuna parte. Il mistero non è astratto. È la concretezza che è misteriosa, la realtà è misteriosa. Il grande fisico Planck diceva: più conosco e più mi trovo davanti al mistero. Il mistero si scopre tanto più il rapporto con le cose è stretto e concreto. Ma non si è abituati a vivere con l’attenzione che la vita vorrebbe: a guardare, a sentire, a renderci conto di quello che ci succede, per cui viviamo le cose ma non le viviamo. Per questo c’è bisogno di un lavoro di movimento e di acculturazione.

In che senso?
Non basta che ci sia la visita del Papa, occorre ci siano uomini... Per intenderci: io non vado in chiesa, ma ho seguito dei maestri, ho fatto degli incontri. Penso a don Milani, lo stesso don Giussani. Uomini che entravano in rapporto con la gente. La cultura non è far vedere, far leggere, organizzare mostre, eventi: la cultura è avvicinare la gente all’amore per la vita e per il suo mistero. E il santo è un uomo che impara fino in fondo chi è: per questo aiuta gli altri a crescere, a credere, cioè a conoscersi, a cercare dentro di sé. Offre se stesso come parola divina al mondo. Ce ne sono tanti di santi, conosciuti e sconosciuti. E se poi ci guardiamo intorno oggi... gli unici che dicono cose interessanti sono quasi sempre uomini di Chiesa.

E perché, secondo lei, è così?
Loro parlano della libertà dell’uomo. Perché sa che cos’è la libertà? È Dio. È per questo che occorre conoscere se stessi, perché se non insorge nell’uomo questo amore per il mistero della propria vita e di sé, come può conoscere Dio? Cristo ci ha dato due comandamenti: ama il Signore Dio tuo e ama il prossimo tuo come te stesso. Se un essere umano non ascolta se stesso, come fa ad ascoltare Dio? Noi stiamo sempre girati dall’altra parte. È questo che facciamo con Dio (si volta, e resta di spalle): non ascoltiamo. Allora è Lui che tace o siamo noi che non sentiamo? Giudichiamo Dio, diciamo che “non sa far bene il suo mestiere”, mentre a essere difettoso è il nostro modo di considerare noi stessi e Lui, che è il mistero della vita. Così non si parla mai della crescita dell’uomo, eppure tutti i grandi pensatori e tutte le grandi religioni hanno ribadito un “lavoro” su di sé per realizzarsi. Ecco, noi cosa facciamo per comprendere veramente chi siamo?

Nel libro-intervista Da bambino il cielo, lei ricorda che Gesù chiamava i discepoli «gente di poca fede» perché credevano solo davanti ai miracoli. E aggiunge: «Per arrivare alla cima occorre fare fatica. E non basta fare quattro passi, occorre arrivare fin lassù. È molto più semplice fermarsi per strada. Ma solo dalla cima si può ammirare il panorama», riferendosi alla «necessità di lavorare su di sé per giungere alla visione e all’ascolto».
Il nostro perderci, e il perdersi del senso, è determinato solo dalla non attenzione a noi stessi. Siamo convinti di sapere tutto, di aver fatto tutto noi. Ma lei è mai andata in aereo? Che cos’è l’uomo da là?

Ma lei come ha fatto questo lavoro su di sé?
Attraverso la vita, la conoscenza. Ho sempre cercato di capire quello che vivevo. Devo essere stato anche aiutato, chissà... Sì, penso di essere stato molto aiutato. Comunque, il fatto è che nel profondo di noi c’è una parte, un punto, per quanto indaghiamo, che non possiamo mai afferrare, possedere. Ma basta pensare a quando si muore: quel soffio che un attimo prima muoveva e scaldava tutto, un attimo dopo pare che sia finito nel nulla. Siamo solo questo corpo, questa mente? Quando ci rivolgiamo a noi stessi, ci rivolgiamo a un vuoto? O a un pieno che è dentro di noi? La vera crisi di oggi è che la gente è tutta “materia”. Pensa che tutto consista nelle cose. Ma, ancora, dimentica che la risposta l’ha già data Gesù: «Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». E la bocca di Dio com’è? È grande, è infinita.

Sempre nel suo intervento, il Papa ha detto che «è urgente immettere il lievito evangelico nell’attuale contesto culturale».
Il lievito evangelico è quella presenza incessante della Parola in mezzo alla gente. I Vangeli sono straordinari, ma perché la grandezza del cristianesimo qual è? È Cristo. È Lui che fa la grandezza del cristianesimo. E la sua parola è sempre straordinaria. Non dice mai «dovete fare» o «non dovete fare». Ma dice: «Beati quelli...».

Ma per lei chi è Cristo?
È colui che prego tutti i giorni. Gli dico: caro mio amore, tu sai più di me, cerca di farmi fare quello che devo fare.
 
E come la vede la Sua volontà?
Non la vedo! Ma sono certo che mi fa fare ciò che devo.
 
Ma che cosa vuol dire per lei, durante la giornata, stare di fronte al mistero?
Stare attento a ciò che succede dentro di me quando sono davanti alle cose. Quando le vivo, quando faccio o dico qualcosa. E poi parlare al mistero. Cioè, pregare. Io dico sempre: sia fatta la Tua volontà, perché io non so neanche cosa voglio. Anzi, io in fondo non voglio niente.
 
Come non vuole niente?
Ho ottantadue anni, che cosa dovrei volere? Quello che vorrei è solo servire ancora di più il Signore, se mi riesce.
 
Ma allora vuole tutto.
È così! Ha ragione, è vero! Voglio tutto. Perché voglio la cosa più importante.