Valdeci Antônio Ferreira - Foto di Kika Antunes

Il rischio e il riscatto

Le abbiamo conosciute all’ultimo Meeting di Rimini. Le carceri gestite dai detenuti, che hanno superato i confini del Brasile. Qual è il segreto? Intervista alla guida delle Apac, Valdeci Antônio Ferreira (da Tracce, aprile 2017)
Alessandra Stoppa

Quando Mário Ottoboni, fondatore delle Apac, si trova a raccontare la sua esperienza, fa sempre una premessa: «Se non avete il cuore aperto, non capirete quel che vi dico». Vale lo stesso nell’ascoltare Valdeci Antônio Ferreira, suo discepolo.
Ottoboni è l’avvocato brasiliano da cui, nel 1972, sono nate le carceri senza polizia, divise, filo spinato, senza perquisizioni umilianti, armi, cani da guardia, manette: chi entra lì entra come un uomo ed è chiamato sempre e solo per nome. «Il riscatto inizia dal nome», dice Ferreira: è il direttore esecutivo della Febac (Federazione brasiliana per l’assistenza ai condannati) ed è il responsabile dell’applicazione del metodo Apac, ormai riconosciuto e applicato anche oltre i confini del Brasile, Italia compresa.

Apac significa: Associazione di protezione e assistenza ai condannati, ma in origine era l’acronimo di “Amando il prossimo, amerai Cristo”. Tutto è nato da una risposta concreta della società civile, di un gruppo di cattolici, alla sofferenza incontrata nelle carceri, ed oggi coinvolge governi e settori giudiziari. Con la mostra al Meeting di Rimini dell’anno scorso, migliaia di persone sono rimaste affascinate dal metodo, che non ha uno scopo diverso da quello previsto dall’esecuzione penale: il recupero del detenuto. Ma nelle Apac, più simili a comunità che a prigioni, il recupero passa da una vita fatta di lavoro, di spiritualità, disciplina, studio. Non importa quale sia il delitto, quanti gli anni di condanna: ogni recuperando è responsabile della gestione del centro e del proprio percorso, nel rapporto con i volontari e con la sua famiglia.

Un carcere Apac

Abbiamo incontrato Ferreira all’ultima Assemblea responsabili di CL in America Latina, dove era ospite per condividere l’esperienza della sua vita e di questa rivoluzione semplice che sta sfidando il fallimento di uno dei sistemi carcerari più violenti (e sovraffollati) del mondo, tornato sui giornali all’inizio di quest’anno per l’ondata di rivolte, con detenuti decapitati e bruciati da altri compagni di cella.
«La stampa ne parla perché hanno perso la vita un centinaio di persone tutte in una volta», spiega Ferreira, «ma nelle carceri brasiliane si muore ogni giorno. Suicidi, violenze, malattie». Ferreira era un operaio metallurgico, che non sapeva nulla dei carcerati: «Ancora ora oggi non so nulla», dice: «Sono un apprendista. E desidero morire come un apprendista». Missionario laico comboniano, da trentatré anni dedica la sua vita ai carcerati, da quando a 21 ha incontrato le Apac.

Quale è il problema delle carceri di oggi e dei sistemi penitenziari?
La società commette un equivoco molto grande: pensa che solo incarcerare risolva il problema. Un detenuto è un problema sociale: è una ferita, perché è il risultato di famiglie destrutturate, spezzate, è il risultato dell’assenza di politiche pubbliche, del traffico di droga... Ma la società non si assume il problema: è comodo, perché quella ferita non la si vuole toccare, per non correre il rischio di vedere che al posto loro potremmo esserci noi. Come dice sant’Agostino: «Non esiste un male che uno compie, che non ci sia già qualcun altro capace di commetterlo». Ma pensare che chi ha sbagliato debba soffrire il più possibile, è ciò che incarcera la società stessa.

«Questa ferita non la si vuole toccare, per non correre il rischio di vedere che al posto loro potremmo esserci noi»

Perché?
Un uomo abbandonato dietro le sbarre tornerà a ferire la società, perché non ha risolto il suo problema personale. In Brasile, ma non solo, c’è una situazione grave all’interno delle prigioni: una presenza molto forte di clan criminali che si spartiscono il potere tra detenuti. Controllano i traffici, dentro e fuori. Occupano lo spazio lasciato vuoto dallo Stato: è un sistema di corruzione che coinvolge tutti. E i carcerati devono per forza fare parte di una fazione. In questo modo resteranno per sempre prigionieri: usciranno dal carcere, ma il carcere non uscirà da loro.

Lei sostiene che il metodo Apac segnerà in questo millennio il sistema penale e che, qualsiasi cosa accadrà, dopo questa esperienza non sarà più lo stesso. Perché ne è così certo?
Perché Dio è stanco di questa miseria. Di vedere i suoi figli soffrire così. Apac è un sogno di Dio, è la Sua risposta a questa sofferenza. La mentalità dominante vuole che il carcerato soffra, o muoia. È un preconcetto così radicato che non si supera da un giorno all’altro. Magari serviranno secoli. Ma questa opera sta crescendo e sta crescendo ai piedi della Croce. Nel percorso di spiritualità, ora stiamo proponendo anche “Il viaggio del prigioniero”, uno studio biblico del Vangelo di Marco in otto sezioni: non si predica su Gesù, ma è il recuperando a scoprire chi è Gesù, a farne esperienza. Lo stiamo applicando in 44 Apac e in 3 prigioni comuni.

«“Dall’amore non si fugge” è vero ad una condizione: se quell’amore è un’esperienza viva»

È lei ad avere messo le chiavi dell’Apac di Itaúna nelle mani del carcerato José de Jesus: 56 anni di condanna e 12 evasioni alle spalle. Fu lui che, rispondendo al perché da lì non fuggisse, rispose: «Perché dall’amore nessuno fugge». È difficile credere che il cambiamento venga davvero solo per amore.
Ma è così. Per chiunque lo è. Scappiamo da tante cose nella vita, ma dall’amore vero no. “Dall’amore non si fugge” è vero ad una condizione: se quell’amore è un’esperienza viva. Quando ho dato le chiavi a José, lui l’ha vissuta. È un’esperienza che può aspettare tre anni. O un’eternità. O può essere un battito di ciglia... È una cosa che non si spiega.

Perché gli ha dato le chiavi?
José aveva bisogno di un gesto di fiducia che lo conquistasse, per poter percorrere la strada della liberazione. La stessa cosa mi è accaduta, per esempio, con Washington, un altro recuperando. Era molto aggressivo, abbiamo avuto tante difficoltà con lui: non voleva fare nulla e contagiava il gruppo. Stavamo per trasferirlo, quando c’è stata una delle “Giornate di liberazione con Cristo”, che è uno dei dodici pilastri del metodo: Washington era lì in prima fila, solo perché era costretto. Eravamo nell’auditorium del regime chiuso, in cui ci sono 8 portoni che si aprono e chiudono a concatenazione. Quando ho chiesto: «Perché non scappate?», lui è saltato su: «Perché i portoni sono chiusi». Allora ho dato l’ordine di aprirli. Uno a uno. «Perché ora non vai?». «E chi mi garantisce che fuori non ci sia qualcuno a prendermi?». «Non ci credi? Esci e porta dentro un segno che sei stato “fuori”». Lui si è alzato, ed è uscito. Silenzio assoluto. Sono stati i cinque minuti più lunghi della mia vita (ride). Washington è rientrato, con in mano un ramo. Gli ho chiesto: «Perché sei tornato? Hai tanti anni di condanna...», ma lui ha iniziato a piangere: «Nessuno si era mai fidato di me». L’amore può recuperare tutti. A partire dal nome e da un incontro.

Che cos’è l’amore di cui parla?
È la misericordia di Dio che si piega su di noi. L’amore ha molte facce. La prima è la gioia. La gioia è la strada più veloce per arrivare al cuore. Per entrare nell’intimità di una persona. L’altra faccia dell’amore è il sacrificio. Chi ama rinuncia. Io passo molto più tempo con i recuperandi che con i miei fratelli di sangue, o con mia madre. Ma il sacrificio non è mai tutto in una volta.



In che senso?
Quando pensi di essere a un passo da Gesù, di stare per afferrarLo, Lui fa un passo più in là. Non si lascia prendere. Si lascia toccare sì, come ha fatto con l’emorroissa, ma non si lascia possedere. San Francesco diceva: «Dio non è mai abbastanza». Un’altra faccia dell’amore è la sofferenza. La sofferenza dell’altro attinge alla mia anima. E poi c’è il rischio. Tutto l’amore è rischio. Se amo, devo rischiare e fidarmi. Che non significa correre dei rischi. In un progetto come le Apac abbiamo tanti amici, come Avsi (che da anni collabora con le Apac, ndr.), ma anche tanti nemici... Ogni sera, quando arrivo a casa, mi guardo intorno. Non so da dove può venire il pericolo, ma purtroppo chi è stato in carcere può tradire. Perché noi non abbiamo idea di cosa voglia dire la privazione della libertà.

Lei ha creduto subito che il metodo - scommettere tutto sulla libertà - funzionasse davvero?
La prima volta che ho portato fuori dei detenuti per il Congresso nazionale delle Apac - erano vari carcerati da diverse strutture, considerati tra i peggiori - non riuscivo ad andare a dormire per paura che fuggissero. Una, due notti... Alla terza, un mio amico mi ha chiesto: «Ma da quando proprio tu controlli che non scappino?». Ecco, è che io ancora non ci credevo al 100%. Mi sono fidato e sono andato a dormire. La mattina dopo erano tutti lì. Ho capito che era vero. È come nei corridoi in cui le luci si accendono man mano che cammini. L’esperienza di Dio è così: fai un passo, la luce si accende e cammini finché vedi. Quando arriva il buio, allora devi fare un altro passo. È la stessa cosa nelle Apac.

Nessuno scappa dalle Apac?
È successo. Pochissimi casi, ma ci sono. E perché? Perché non hanno fatto quell’esperienza di amore.



Non basta che il metodo sia applicato.
No. Chi rompe con il crimine, non lo fa perché la metodologia è stata applicata completamente. Ma perché si è creato un vincolo di stima e di amicizia: è questo che cambia. Il vincolo si crea in tanti modi, i più semplici: un recuperando ha male al dente, tu chiami il dentista e lui ti dice: «Ho sofferto così tanto il mal di denti nelle prigioni di prima...». Per noi non basta che un uomo cambi il comportamento: il cambiamento è esteriore, ma dentro c’è un vulcano di ribellione, di desiderio di vendetta. È la mentalità che deve cambiare e questo coincide con il cambiamento del cuore.

E, per lei, quando uno scappa o ricade...
Io non mi chiedo mai: Valdeci, quante persone hai recuperato? Io mi chiedo: Valdeci, hai amato? Eugenio, un giovane di 23 anni, finita la pena è ricaduto nella droga. E lo hanno assassinato. Davanti al suo corpo, mi sono detto: il mio amore ha fallito. Nel tempo, sto capendo che l’amore non fallisce mai: Dio non sarà vinto dal nostro male, perché non si stanca mai.

Valdeci all'Assemblea responsabili di CL Sudamerica - Foto di Kika Antunes

Che cos’è la libertà per chi ne è “privato”?
Cosa vuol dire che siamo liberi? Anche per noi, intendo. Quando studiavo teologia era la domanda che mi perseguitava. Noi nasciamo e non scegliamo molte cose: i genitori, come siamo fatti, il luogo in cui cresciamo... C’è una frase del libro di Julián Carrón, La bellezza disarmata, che mi ha colpito: «La passione per la verità cammina per mano con la passione per la libertà». Penso a Pietro, quando Gesù gli chiede in modo così tenero, così cavalleresco, per tre volte: «Tu, mi ami?». Cosa stava facendo? Lo stava aiutando a togliersi la maschera, che abbiamo tutti, perché fosse se stesso. Questa è la libertà. Noi siamo saudade... Siamo sete. L’amore di Dio è capace di fare meraviglie quando ci mettiamo davanti alla grandezza di questo mistero che un uomo è.

Oggi il metodo è esportato fuori dal Brasile, anche in Europa. Come avviene?
Sono esperienze molto diverse. In Cile, per esempio, ci sono già 48 carceri con padiglioni Apac. Sono settori completamente diversi dagli altri: belli, puliti, dove ognuno ha la sua camera. Oasi in mezzo al deserto. In Colombia abbiamo cominciato un’Apac femminile: su 1.800 donne, 40 sono lì. In altri Paesi, come in Olanda o in Repubblica Ceca, ci sono esperienze con carcerati alla fine della pena. Comunque nella maggior parte degli Stati, che vanno dall’Uruguay a Hong Kong, il metodo è applicato parzialmente, con condizioni adeguate alle legislazioni nazionali. In Italia, c’è un’esperienza a Rimini, grazie alla comunità Giovanni XXIII. Noi prestiamo assistenza a distanza, perché non abbiamo le risorse per andare altrove: in Brasile c’è l’albero, ma il seme cade in altri posti, distanti dalla fonte, e come mantenere il legame con l’origine è un tema aperto. Non sappiamo cosa accadrà. Ma Apac non è nostra, non è di Ottoboni, non è mia, non è del Tribunale di Giustizia di Itaúna... È al servizio di tutta l’umanità.