Un cuore diverso

Parola tra noi
Luigi Giussani

La presenza di Cristo in ogni momento del tempo è resa visibile da
un cuore che giudica le cose in modo diverso ed è capace di affrontare
tutto in modo diverso.

Appunti da una conversazione con adulti di Milano 21 settembre 1996




Il nostro cuore non si è perduto Luigi Giussani. «Il
nostro cuore non si è perduto». Siamo tutti qui perché il
nostro cuore - in un modo o nell'altro, secondo flessioni diverse, intimidito
ancora, tutto timido ancora, oppure copiosamente sicuro, grandemente felice già -
non è smarrito dalla confusione di oggi, dalla solitudine in cui ultimamente
l'umano oggi vive, nel deserto di oggi, tra le rovine di oggi. «Il nostro
cuore non si è perduto». Noi siamo stati creati, lo Spirito ci ha
creati; lo Spirito è la radice originaria della nostra umanità.
Questo Spirito noi chiediamo, preghiamo, in questo momento. Alziamoci in piedi.
Discendi Santo Spirito Giancarlo Cesana. Noi amiamo questo nostro essere insieme, perché in questa nostra compagnia abbiamo trovato, o anche solo percepito di poter trovare, la speranza della vita. Ma la vita, man mano che va avanti e si complica, sembra essere di ostacolo e obiezione a questa bellezza, a questa speranza. Invece, è proprio attraverso quello che sembra obiezione che la speranza diventa come il roveto ardente in cui Dio parlò a Mosè, arde concretamente e diventa possibilità di vivere da uomo, diventa cioè esperienza. Su questa esperienza c'è un'oggettiva identità tra i nostri amici spagnoli e noi. Sentiamo familiare e vero il nostro rapporto con loro, come spesso non è tra noi qui. Per questo motivo abbiamo invitato Julián Carrón, alla mia destra (per chi non lo ricordasse, è professore di Sacra Scrittura presso il Seminario di Madrid), a fare una testimonianza all'inizio del nuovo anno. Ed è indubbiamente significativo che la comunità spagnola, più giovane, parli alla comunità di Milano, più vecchia. Carrón è la persona che quest'anno ha lavorato di più per la coscienza del movimento: ricordo il suo contributo al tema della storicità dei Vangeli, alla mostra di Rimini, e il fatto che ha tenuto l'assemblea internazionale.
Julián Carrón. Voglio semplicemente testimoniare che, per chi ha incontrato Cristo - la speranza della vita - la realtà non è più un ostacolo, ma diventa il cammino al vero. Sono entrato in seminario quando avevo 11 anni e sono sempre stato commosso di un dono che ho ricevuto: una affezione sperimentabile a Cristo. Lungo gli anni di seminario non mi è mai venuto in mente di andare da un'altra parte. Ricordo molti di questi anni pieni di letizia. Soprattutto nei momenti di silenzio io gioivo veramente stando con Lui. Quando sono diventato prete ho scritto come motto della mia prima Messa che quello che volevo essere come prete era l'annunzio a tutti della ricchezza insondabile che è Cristo. Ma già in seminario, e poi andando avanti nella vita, la realtà sembrava andare contro. Ciò si manifestava soprattutto in un particolare: nella paura di fronte alla realtà. Mi ricordo, per esempio, che essendo destinato come prete a una piccola parrocchia, vedendone un'altra vicina, in un paese un po' più grosso, dove confluiva la gente di altri paesi, io sentivo paura soltanto al pensiero di poter essere inviato là. Ma vi sono tanti altri esempi che adesso non vi racconto. L'incontro con il movimento è stato per me la possibilità di fare un cammino umano. Quello che mi ha colpito di più, all'inizio, è stata l'importanza che avevano le tre premesse de Il Senso religioso, soprattutto il concetto di «esperienza», dove si esprimeva chiaramente che il «cuore» era il criterio di giudizio su tutto: quando uno applica questo criterio può vedere se si verifica una corrispondenza o no. Tale concetto di «cuore» in parte io lo conoscevo, perché avevo letto, insieme a García, in seminario, un grande libro di De Lubac, Il mistero del soprannaturale, dove, facendo la storia dell'uomo cristiano, dell'antropologia cristiana, si accennava al concetto medievale del desiderium naturae, al fatto cioè che quello che definisce l'uomo è questo desiderio inscritto nel suo cuore. Ma ciò non diventò veramente operativo fino all'incontro con il movimento. A partire da tale momento, tutto quello che mi è capitato è incominciato a servirmi come cammino al destino, al vero: «tutto», senza escludere niente, le cose giuste e le cose sbagliate. Tutto metteva in rilievo la verità: o era giusto o non lo era; o corrispondeva o non corrispondeva. Facendo questa esperienza mi rendevo conto che prima non avevo quasi mai parlato della vita, della realtà, della verità. Da allora, invece, pian piano - mi stupivo io stesso - cominciavo a dire: «Questo è vero. Questo non è vero». Vivere la realtà con quel criterio di giudizio mi ha consentito di scoprire la verità che è Cristo. Niente nella realtà riempie il cuore. Quid animo satis?, abbiamo sentito ripetere tante volte. Allora la vita è noia: niente corrisponde all'attesa del cuore; anche quelle cose che un giorno ti entusiasmano, non sono capaci di mantenere l'interesse per molto tempo. Non è una questione di forza di volontà: tu puoi attaccarti a qualcosa, ma nel tempo inesorabilmente senti venir meno l'interesse verso quella realtà. L'entusiasmo con cui uno incomincia a lavorare, con cui uno si sposa, nel tempo viene meno. Nelle cose particolari della vita capita quello che capita alla vita nel suo insieme: tutto l'input con cui un bambino esce dal grembo materno non basta a evitare la vecchiaia e la morte. Questa esperienza metteva in luce, mi faceva capire chi era veramente Cristo: tutto veniva meno, tranne Lui. Solo Lui, la Sua presenza, corrispondeva pienamente all'attesa del cuore. È ciò che hanno sperimentato Giovanni e Andrea: avevano incontrato tanta gente, ma quell'uomo era diverso, eccezionale, perché stando con Lui si sperimentava una corrispondenza straordinaria, che andava oltre quello di cui uno può fare esperienza nel rapporto con qualsiasi particolare della realtà (il tramonto o la bellezza di una donna). Questo uomo è la verità. Quid est veritas? Vir qui adest, un uomo in cui segno e Mistero coincidono. A partire da questo, la realtà non era più vissuta come ostacolo, ma come occasione per capire chi è Cristo. Facendo la strada della vita mi rendevo ogni volta più consapevole del vero nuovo che era entrato nella storia con Cristo: tutto quello che vivevo, quando facevo giusto o quando sbagliavo, metteva più in luce chi era Cristo. Mi veniva in mente come fa il bambino con la mamma: tutto quello che gli capita (la malattia, i bisogni, gli sbagli) è una occasione perché si riveli davanti a lui il volto della mamma, chi è sua mamma. Lo stesso diventava per me la vita: l'occasione perché si svelasse davanti ai miei occhi chi era Cristo, non come parola (io lo conoscevo ormai), ma nella carne, nella storia, come speranza che Egli suscitava nella vita. E ciò rendeva ogni volta più affezionato, più consapevole, più pieno di ragioni l'attaccamento a Cristo. Così tutti i fatti che mi capitavano riempivano sempre di più la mia memoria, in modo che non potevo più toglierLo da essa. Questo mi ha consentito di capire il senso del tempo, della storia, delle circostanze di cui è fatta questa storia. Tante volte mi domandavo: «Perché Cristo ci fa vivere la storia? Perché non ci ha creati definitivamente con Lui dall'inizio?». Capisco benissimo, per questo, la tentazione dell'escatologismo, di cui abbiamo parlato qualche anno fa: la soluzione rimandata alla fine, nel cielo. Ma percorrendo la strada su cui sono stato messo ho incominciato a rendermi conto che Cristo mi faceva vivere la storia per scoprire chi era Lui che io pensavo già di conoscere, per scoprire che tutto era grazia, che tutto era positivo, perché mi consentiva di capire chi era Lui. Cristo voleva che attraverso tutto, attraverso i miracoli che capitavano nella mia vita, io vedessi, fossi spettatore del Suo trionfo nella storia. Cito soltanto due episodi. Poiché faccio il professore in seminario, a un certo punto mi hanno proposto di fare un concorso a cattedra, per il quale, però, non ero la persona adeguata: eravamo in due e il concorso è stato dichiarato deserto. M'è venuta una vergogna dell'altro mondo. Avevo voglia di nascondermi sotto il tavolo e non uscire più dalla mia stanza, ma non me lo sono permesso. Non me lo sono permesso non per forza di volontà, ma per l'esperienza che avevo della presenza di Cristo, che riempiva la mia vita di letizia e di pace. Da quel momento in poi non ho sentito più paura nell'affrontare anche le cose di cui non capivo il significato. Ho sperimentato una libertà di fronte alle circostanze che non avevo mai avuto prima. È come se attraverso queste cose Cristo mi facesse partecipe di ciò che significa, nella carne, la salvezza. Infatti non potevo aprire gli occhi al mattino senza pensare a Lui; non per moralismo - come accadeva prima -, ma come risposta al mio bisogno di uomo. Il riconoscimento che Lui c'era, che Lui c'era, soltanto che Lui c'era, mi dava respiro. Come tanta gente poteva vivere senza pensare a Lui? Così ho cominciato anche a capire il bisogno degli altri, a guardare il dramma della loro vita con una positività che non avevo prima, con quella speranza che c'era in me. «Tutto questo che ti capita - dicevo alle persone in cui mi imbattevo - è perché Cristo si manifesti davanti ai tuoi occhi». Il secondo episodio. Una volta mi sono trovato a fare Scuola di comunità, nella scuola dove insegnavo, dopo che uno dei ragazzi aveva avuto un grave incidente. Gli altri amici si domandavano: «Ma come possono capitare queste cose? Come Dio può farci succedere queste cose?». Per rispondere feci questo esempio. «Senti - dissi rivolgendomi a uno di loro -, se quando ritorni a casa, stasera, per strada incontri qualcuno che ti dà uno schiaffo in faccia, cosa fai?». Siccome era un po' «tosto», rispose: «Gliene do due». Continuai: «Ma se quando arrivi a casa, è tua mamma che te lo dà?». Rimase zitto e poi disse: «Le domando il perché». «Perché, dissi, se lo schiaffo è lo stesso, la tua reazione è diversa? Perché quello che incontri per strada è uno sconosciuto, tua mamma invece non è una sconosciuta, ma una persona di cui hai la certezza che ti vuole bene. Allora quando fa una cosa che non capisci, in te non si introduce un dubbio nel rapporto con lei, ma si desta una domanda». Man mano che andavo avanti capivo che il problema del rapporto con la realtà non è come appare la realtà, ma come io arrivo all'incontro con la realtà. Se noi arriviamo a questo incontro avendo alle nostre spalle una convivenza con una Presenza su cui abbiamo raggiunto la certezza che ci ama, quando non capiamo qualcosa non si introduce in noi il dubbio, ma una domanda. Perché se noi ne abbiamo fatto vera esperienza, quando ci troviamo davanti al volto doloroso della realtà, questo volto doloroso non riesce a togliere tale Presenza dagli occhi. Ed è questa Presenza che ci permette di abbracciare tutto. Ma è nell'esperienza della misericordia che mi si è svelato di più che cosa è Cristo. L'esperienza del male, del mio peccato, mi paralizzava. Dopo aver letto più volte certe parabole e soprattutto dopo aver sentito il commento che don Giussani faceva al Requiem di Mozart, mi ripetevo spesso: Qui salvandos salvas gratis. Salva me, fons pietatis. E cominciavo a sentire una novità. Anche quando non riuscivo ad evitare il male (vale a dire spesso), non potevo, un minuto dopo, non pensare a Cristo. Anche l'esperienza del male mi faceva scoprire di più chi era Cristo: «questo non è, l'unico vero è Cristo», cioè, come diceva l'abate a Miguel Mañara: «Tutto questo non è mai esistito. Egli solo è». Ma questo l'ho sperimentato in modo particolare andando una volta ad incontrare don Giussani. Ho avuto davanti a lui un'esperienza straordinaria della misericordia, perché per lui l'affermazione del valore di una persona è a prescindere da come essa è, e ho capito benissimo, avendo tale esperienza, che cosa significa che Mistero e segno coincidono. Questo mi ha liberato definitivamente dalla paralisi di cui dicevo. Se ne sono resi conto anche altri che non ne sapevano niente: una ragazza, dopo una Messa in cui io non avevo fatto neanche l'omelia, ma semplicemente letto la preghiera liturgica in cui c'è la frase: «Di noi tutti abbi misericordia», mi ha detto: «Sentendoti dire la parola "misericordia" si capisce benissimo che trapassa tutta la tua umanità». La missione non è altro che questo: il riverbero nella mia umanità di quello che Cristo fa con me attraverso questa compagnia - attraverso quello che mi aveva fatto sperimentare don Giussani. Questa strada mi ha fatto raggiungere una certezza che io non avevo prima. E questa certezza, questo attaccamento è stato una sorgente di moralità, ha fatto sorgere in me un'attrattiva verso Cristo che non avevo prima. Voglio vivere la mia vita in questa speranza, dicendo sempre, con più umiltà e più commozione: «Sì, Tu lo sai che Ti amo.

Cesana.
Ma la presenza di Cristo in ogni momento del tempo, come ha detto
Carrón, la fede in Lui, sono rese visibili da un cuore. Con «cuore» si
intende il modo con cui l'uomo attacca la realtà, fatto insieme di intelligenza,
affezione, sentimento, perché non siamo scomponibili. La presenza di Cristo
in ogni momento del tempo è resa visibile da un cuore che giudica le cose
in modo diverso ed è capace di affrontare tutto in modo diverso. Allora
abbiamo chiesto a tre amici di darci testimonianza su tre temi che sentiamo antropologicamente,
cioè umanamente, per la nostra concezione dell'uomo, come i più necessari:
l'educazione, il lavoro e l'affettività. Queste sono esemplificazioni
degli aspetti sostanziali detti da Carrón: la realtà alimenta la
consistenza della nostra speranza.
Intervento.
Mi chiamo Nicoletta, ho tre figli e insegno da anni Italiano, Storia e Filosofia in una scuola cattolica di Torino e in un'altra nella prima cintura della città. Due anni fa il mio modo di insegnare ha cominciato a non piacermi più. La mia non era una insoddisfazione professionale: io volevo comunicare di più il carisma del movimento, nel quale ho trovato il senso della mia vita. Desideravo far accadere ad altri ciò che per dono era successo a me. Allora ho aperto sulla mia scrivania Il Rischio educativo e un altro libro, sempre di don Giussani, Realtà e giovinezza. La sfida, e ho incominciato a studiarli bene, anche se credevo di conoscerli già. Poi ho iniziato a travasare certe frasi o parole che mi colpivano all'interno dei concetti che dovevo comunicare. In classe spiegavo e "spiavo". Quando a memoria citavo le frasi di don Giussani, succedeva sempre qualcosa e qualche ragazzo sollevava la testa: mi guardava. Al termine della lezione, allora, mi avvicinavo e chiedevo ragione di quello sguardo, di quello stupore o di quel soprassalto. Nasceva, così, un dibattito, con l'impegno di ritrovarsi presto per capire di più le cose che erano state dette. Bene, questo è stato l'inizio del primo gruppetto di Scuola di comunità. E quei ragazzi hanno poi trasmesso ai loro compagni ciò che era successo loro inaspettatamente. La domanda sulla vita, così censurata nella scuola, a volte derisa, ha cominciato a serpeggiare tra i corridoi, è diventata nota dominante, ha fatto discutere, ha infuocato gli intervalli, anche la sala professori, attirandoci le simpatie della segretaria, che ha reso possibili tante cose. Quelle frasi non mie, ripetute come espressione mia, avevano cambiato me, la mia vita, quella della mia scuola. I primi ragazzi che hanno aderito alla proposta del movimento sono stati cinque. Tra di loro c'era la più intelligente e la più bella della scuola, ma anche la più fragile fra tutti gli alunni, ormai quasi muta e resa incapace di comunicare per il dolore di una grave situazione familiare. Questa ragazza è stata in questi anni la mia inseparabile compagna degli intervalli; mi seguiva ovunque, senza mai parlare, fedelissima alla Scuola di comunità. Era destinata alla bocciatura, ed invece si è maturata a luglio: al suo orale c'eravamo tutti, e non è stata zitta un attimo. Dopo due mesi di amicizia, di scambi di libri che davo loro da leggere, pregandoli di restituirmeli con le loro osservazioni, ho deciso di invitarli ad un raduno di Gs. Era un sabato di pioggia torrenziale, c'erano tutti però davanti alla scuola ad aspettarmi: è una data che ricordo molto bene, era il 5 novembre del 1994, perché nella notte l'alluvione si portò via Lucia Mina, la sua mamma, il suo papà, la sua bambina. Nel dolore di quella notte ho chiesto a Lucia di aiutarmi a non perdere neanche un attimo del mio tempo, di vigilare su questa storia che era cominciata, di darmi una mano. Da quel sabato due persone nuove si sono aggiunte con una certa regolarità ogni volta che ci troviamo. Questi fatti mi hanno convinta che il carisma del nostro movimento poteva passare anche attraverso di me. Ricordavo tutte le parole di don Giussani, me le ero scritte su un foglietto: «Vivi una grande trasparenza, in modo che chi ti incontra sia toccato dentro». «Fa' che il tuo rapporto con Cristo si comunichi in ciò che sei e ciò che fai». «Ricordati che è da una grande familiarità con Cristo che nasce l'intensità della testimonianza». Poi dicevo al Signore: «Vieni, renditi presente in questi ragazzi: io te li chiedo, te li chiedo per ridarteli». In seguito ho cominciato a ripetere questa invocazione anche durante le interrogazioni, le spiegazioni, il tema in classe. Così si è sviluppata una storia, nella mia scuola, di cerchi concentrici, formata dagli affezionati, dagli interessati, dai curiosi e anche dagli ostili. Ogni tanto penso ad un gesto che li unisca tutti: un brano di musica classica ascoltata nell'Auditorium della scuola, una visita all'Università, un pomeriggio di canti, ecc. Un giorno i ragazzi mi hanno chiesto di vedere il volto del nostro fondatore e di chi aveva cominciato con lui proprio all'inizio. Allora ho portato a scuola il libro Trent'anni della nostra storia: ho mostrato loro Varigotti, la Bassa, la partenza per il Brasile. E loro mi hanno detto che sembrava sfogliassi il libro delle foto del mio matrimonio. Il giorno più bello della settimana è il sabato, perché facciamo la Scuola di comunità. Già dal giovedì c'è fermento: il gruppetto che deve scrivere il foglietto d'invito mi porta una copia in visione, poi alcuni lo trascrivono a mano o lo fotocopiano e prima dell'uscita della scuola è affisso in bacheca. In ogni classe qualcuno invita tutti gli altri a partecipare. Abbiamo anche un responsabile di piano che scruta gli sguardi dei curiosi per raggiungermi nell'intervallo con qualche amico che mi vuole far conoscere. C'è, naturalmente, il responsabile del canto e delle sedie, perché una vita più è alta e più è differenziata. Non bisogna avere tentennamenti. Dopo la tre giorni di Rimini, a Pasqua, studiando la lezione del sabato di don Giorgio Pontiggia, ho imparato che tutti gli uomini - magari inconsapevolmente - attendono la resurrezione e manifestano nella loro vita questa attesa come desiderio di bellezza. Così, certa di quel giudizio, una mattina ho incontrato una ragazza. Era particolarmente curata nel suo aspetto e camminava a testa alta nella scuola. Mi sono avvicinata e le ho detto: «Forse tu non lo sai, ma attendi qualcosa. Si capisce da come ti trucchi, da come ti fai bella. Pensaci domani quando ti metterai l'ombretto, perché la tua attesa ha un nome: Cristo». Il giorno dopo era lì ad attendermi per dirmi che era vero, che lei aspettava qualcosa. Ed è venuta alla Scuola di comunità, subito, rimanendo stabilmente con noi. Ha poi invitato dei compagni alla maturandi, dove abbiamo vissuto una grande unità tra insegnanti e universitari. Capivamo che ci sarebbe stato un punto critico, quello cioè della proposta a vivere tutto, non solo l'esame, secondo categorie opposte a quelle del mondo. Pertanto abbiamo deciso che proprio la spiegazione di un autore come Leopardi, e non una testimonianza sulla fede, sarebbe diventata per noi lo strumento utile per un invito alla grande alternativa che la fede trascina con sé. Devo dire che in questo modo, venendo incontro ad un reale bisogno, conoscere bene un autore, abbiamo raggiunto il nostro scopo, perché c'è stata reazione, confronto, sono emerse domande; così numerose che abbiamo dovuto, su richiesta degli studenti, ritrovarci insieme pochi giorni dopo nel salone dell'albergo che ci ospitava e improvvisare una piccola assemblea per far capire che il «nostro» Leopardi - come dicevano loro - non era inventato, ma più vero di quello che avevano studiato sulle loro antologie. Ora l'anno è ricominciato. Non sono più nella classe cui ero più affezionata: mi è stata sostituita con un'altra. Ho avuto paura di perdere quei ragazzi dell'ultimo anno, ma nella classe che non ho più c'è già chi sta invitando alla gita d'inizio d'anno e nel frattempo, nella nuova classe, un ragazzo e una ragazza sono già venuti a cercarmi per capire meglio alcune parole. Sono lieta.

Intervento.
Mi chiamo Marco, lavoro all'Istituto di Fisica Cosmica del Cnr
di Milano, dove mi occupo di ricerca scientifica nel campo della cosmologia.
Lo scopo particolare di questa ricerca è tentare di conoscere la struttura
e l'evoluzione dell'intero universo dal punto di vista fisico, risalendo indietro
nei miliardi di anni, fino ai primissimi istanti della sua storia. Fin da ragazzino
ho subìto in modo acuto un fascino per la grandezza di ciò che
c'è. Ora mi trovo a fare questo lavoro strano, appassionante, che normalmente
richiede una dedizione pressoché totale. Le osservazioni, lo sviluppo
di nuovi progetti, gli esperimenti, si svolgono in un contesto internazionale
e implicano viaggi frequenti, talvolta di lunga durata. Sono sposato da dieci
anni e abbiamo avuto tre figli: uno in America e due in Italia. Circa due anni
e mezzo fa ho chiesto di parlare con don Giussani. Le energie prese dal lavoro,
i numerosi impegni legati al movimento, la necessità di essere presente
in famiglia, gli amici, tutto questo mi sembrava troppo. Volevo chiedergli un
consiglio su come trovare il giusto equilibrio tra tutte queste cose, perché desideravo
che nessuna di esse fosse trascurata. La sua risposta fu pressappoco questa: «No,
il problema non è l'equilibrio, è più alla radice: bisogna
che tu ti renda conto che quando hai a che fare con qualcosa, con qualunque cosa,
con qualunque aspetto della realtà, hai a che fare con Cristo». Poi
prese un fazzoletto dalla tasca e, passandolo sulla scrivania che gli stava davanti,
disse: «Vedi, anche i granelli di polvere su questo tavolo, ultimamente,
vengono da Lui». Io non capii molto quella risposta, ma quel dialogo mi è tornato
in mente spesso, facendosi largo nella memoria, arricchito via via dalle grandi
cose che in questi anni il movimento ci ha suggerito su questo tema. Così ho
incominciato a scoprire che la coscienza o anche solo il pensiero - magari occasionale
- che la realtà, tutta la realtà, è fatta da Lui e viene
da Lui, rende più buono e più sicuro il nostro sguardo a qualunque
cosa: non è la stessa cosa guardare il fondo dell'abisso del cielo con
o senza questa coscienza; non è la stessa cosa avere a che fare con la
moglie, i figli, gli amici, con o senza questa coscienza. Oggi trovo incrementato,
e anche mutato nella sua natura, quel fascino per l'universo che da adolescente
qualche volta mi teneva sveglio la notte: non solo meraviglia o curiosità,
ma il desiderio di cogliere un legame, il nesso presente tra il particolare (anche
l'universo fisico è un particolare) e il destino, che è Lui. Oggi
sta in questo nesso il gusto maggiore che traggo dal lavoro, e quindi la principale
sorgente di impegno in esso. La certezza che ogni cosa è voluta per un
disegno buono rende possibile guardare la realtà positivamente, senza
paura, con uno sguardo libero in cui l'amore al vero può finalmente dominare
sul pregiudizio. Questa è la condizione fondamentale per fare ricerca.
Vorrei sottolineare che ciò che impariamo nella Scuola di comunità sta
diventando per me sempre più utile e decisivo nello specifico delle cose
che faccio. È sorprendente notare come la concezione che don Giussani
ci insegna di «ragione», «realtà», «esperienza», «avvenimento»,
sia adeguata e anzi indispensabile per descrivere adeguatamente il fenomeno della
ricerca scientifica come metodo di conoscenza. Queste cose sono diventate oggetto
di un dialogo appassionato con vari amici che lavorano in campo scientifico,
ed è stato attraverso tale dialogo che alcuni colleghi, tra cui John Carty
(un astrofisico dell'Università di Chicago), hanno incominciato a frequentare
la Scuola di comunità. Sono ancora lontano dalla percezione della realtà che
oggi è stata richiamata da Carrón, ma devo dire che nella nostra
amicizia e nel tempo le cose si muovono. Ho notato che in questa strada la vita
diventa sempre più intensa ma, al tempo stesso, sempre più semplice.
Quest'anno, per motivi contingenti, l'impegno che mi è chiesto, sia nel
lavoro che nel movimento, è aumentato, ma questa volta è cresciuta
anche la pace in casa mia, e questo soprattutto grazie a mia moglie. Lentamente
e faticosamente tendono a cadere le misure che a priori noi diamo alle nostre
cose - quell'equilibrio che cercavo - e si intravvede l'inizio di una affezione
vera per Colui che ne è la radice e lo scopo.
Intervento.
Il mio nome è Enzo. Sono chirurgo universitario e ho quattro figli. Invitato qui, mi sono venuti due pensieri improvvisi che vorrei dirvi. Il primo è che ogni volta che sono invitato a parlare in pubblico della mia esperienza nel movimento provo una specie di ritegno e di pudore, che mi fa sempre essere indeciso se farlo o no. Non è facile, è questo quello che penso, parlare in pubblico di quel che si ama di più nella vita. Il movimento è tutto per me: è ciò che io amo e stimo come la cosa più importante e più vera per me. Ma, ed è la seconda cosa che mi viene in mente, ripensando a questi anni e a ciò che mi è successo vivendo questa storia, devo riconoscere innanzitutto che quel che sono l'ho interamente ricevuto. Tutto quel che ho, in termini di bellezza di esperienza, mi è stato dato e l'ho imparato; anzi, a dire il vero, il movimento è stato ed è per me letteralmente - letteralmente - la mia salvezza. Chissà dove sarei, se non avessi incontrato il movimento! Tanto è vero che, solo un po' di anni fa, non molti, se qualcuno mi avesse detto che sarei stato qui a dire queste cose, avrei detto che quello era un pazzo furioso. Ci sono due episodi indelebili nella mia vita. Il primo riguarda il lavoro. Nel tempo, in questi anni, ho maturato una competenza particolare nel mio campo. Sono stato in America a lungo, poi in Inghilterra, in Francia; sono tornato e ho potuto avere una unità mia, dove eseguo interventi particolari. Questo ha generato intorno a me un certo credito. Hanno cominciato a venire un po' da tutta Italia soprattutto casi difficili, spesso rifiutati da altri centri, qualche volta veri e propri viaggi della speranza. Mi ci sono sempre buttato con tutto quello che potevo fare, rischiando molto: erano tutti, o quasi, dicevo, casi ad alto rischio, e se la maggior parte andava bene, qualcuno andava anche male. Così, in quel periodo, ce n'era uno in particolare che non era andato bene e a cui ero legato anche affettivamente, perché riguardava il papà di miei amici. Era una cosa che mi aveva turbato, tanto che dormivo poco la notte. Per caso, ho potuto parlarne con don Giussani. Gli ho posto la questione. Lui mi ha guardato e, con un'improvvisa risposta, totalmente inaspettata da me, mi ha detto: «Enzo, ma come mai!? Tu ti comporti come se Cristo non ci fosse, come se tutto dipendesse dalle tue mani! Se farai così a lungo, non sarai più libero di fare quel che fai. Comunque, in ogni caso, vorrei riparlarne». Era l'ultima risposta che m'aspettavo, ma capivo che era giusta. Così, di lì a qualche giorno ci siamo ritrovati a parlarne. Gli ho ridetto la cosa, gli ho raccontato la vicenda, però non volevo importunarlo, anche perché erano già due volte che gliene parlavo. Così gli ho detto: «Guarda, però, che le cose stanno andando meglio; l'altro giorno ero un po' preso, ma le cose stanno andando meglio; sopra di me c'è una cappella, al quarto piano (io sono al terzo), e spesso alla mattina, prima di andare in sala operatoria, vado lì e dico una preghiera, e le cose sono più tranquille». Ha avuto una reazione, don Giussani, che mi ha colpito. Mi ha guardato di nuovo e mi ha detto: «Enzo, non è vera preghiera se non è offerta. Tu devi imparare ad offrire, tu non sai offrire! È questo che ti manca: quando sei lì e hai in mano quegli strumenti e devi decidere un indirizzo, di qua o di là, è questo che devi fare, perché se non farai così, diventerai come tutti. E il "come tutti" significa ritirare lo stipendio alla fine del mese e cercare di avere meno preoccupazioni possibili, per evitare le ferite che la realtà che hai può generare nella tua mente e nel tuo cuore». Aveva ragione. Io non so come avesse fatto, ma aveva ragione. Erano due mesi che dicevo ai miei due giovani assistenti: «Per favore, ragazzi, non facciamo più niente di queste cose, perché dobbiamo andare avanti in una certa strada e queste cose, ci mettono addosso problemi, non ci aiutano». Sì, offrire significa che la consistenza delle cose e della realtà - mi aveva spiegato poi don Giussani - è Cristo e, perciò, in ogni cosa che facciamo c'è la domanda che Lui si riveli. E questo ci fa certi della risposta. Cristo è Dio, e perciò risponde sicuramente: come vuole Lui, ma risponde. Questo determina nel rapporto con la realtà una povertà per cui uno riconosce ciò che può fare e ciò che non può fare, e chiede quando non sa e non può. Si aderisce così alla realtà: più attenti ad ogni particolare ed estremamente realisti rispetto a quel che si può fare. Poi, così, si può rischiare, cioè si può affrontare la realtà comunque essa sia, certi che c'è un destino buono. Il fenomeno della certezza è l'intuizione che la vita ha il senso totale: è la certezza della presenza del Destino, Cristo. E alla luce di questa certezza io rischio e cammino, perché la certezza è al fondo delle cose e fa riprendere ogni giorno, dopo la gioia e la delusione. È una certezza - appunto - che non toglie la gioia e la delusione (ma non importa); e rischio, perché posso sbagliare o far giusto. Per questo la vita rimane una lotta, il cui fondo è però pieno di pace. Io posso lottare adesso, posso lottare perché sono certo di dove arriverò, perché il Destino già si è dato a me, mi ha raggiunto e abbracciato. Rimane dentro il segno del mondo e delle cose, perché nel modo di vivere questo segno io giochi interamente la mia libertà e la mia fedeltà. Ma c'è un secondo episodio che ha determinato la mia vita. È da un po' che sono impegnato nel movimento e la mia professione porta via sempre più tempo, insomma ho una vita piuttosto impegnata, piena. Intorno a me era un po' di tempo che sentivo dire: «Ma che vita fa quello lì? E la sua famiglia? Boh!». E io lasciavo sempre andare la cosa, non mi toccava più di tanto. Però, a lungo andare, mi è venuto il dubbio e ho incominciato a chiedermi anch'io: «Ma che vita faccio?». Così, un giorno, mentre lo accompagnavo da Cesena a Bologna per una giornata d'inizio anno del Clu, don Giussani mi chiede: «Come va?». «Eh - dico - non c'è male». «Come non c'è male?». «Ma qui mi dicono così, io non lo so, mi fanno venire dei dubbi anche a me», e gli dico tutta la vicenda. Dopo un po' di silenzio lui fa: «Senti, ma tu vuoi bene alla tua famiglia, ai tuoi figli?». «Sì». Cosa dovevo dire? Silenzio. «Senti, fammi un esempio». «Un esempio?». Io non so a voi, ma a me non vengono facili. Allora gli ho detto una cosa che mi è venuta in mente, che mi sembrava descrivesse quello che provavo. Gli ho detto che succede spesso che io - per la professione o per altro - arrivi a casa un po' tardi. Mia moglie dorme lasciando un po' aperte le porte delle stanze dei bambini per sentire quando piangono o se succede qualcosa. Così quando arrivo devo stare attento, accendere solo la luce dell'ingresso, perché se li sveglio sono guai. Allora accendo la luce e poi pian piano vado dentro. Attraverso la fessura della porta passa un filo di luce che illumina questi gomitoli, queste facce di bambini: è uno spettacolo che fa venire una tenerezza dentro... Io non so cosa provate voi, ma è una tenerezza tale che non si resiste. Allora apro, vado lì, faccio loro una carezza, do un bacio, qualcuno si sveglia: «Ciao, papà». «Sssttt! che se ti sente la mamma...». Allora sto lì così e mi sembra che questo... Insomma, gli voglio bene. Don Giussani sta ancora in silenzio, poi dice: «No, no, no, questo non è il modo di voler bene. Sai qual è il modo di voler bene? Che proprio in quel momento in cui quella tenerezza ti spinge a fare quel che fai, umanissimo, fai un passo indietro. Fallo davvero e chiediti: che ne sarà di loro? Questo è il modo di voler bene, perché è il senso del destino che definisce la persona, l'altro, la sua unicità e la sua oggettività: un uomo che non viva un momento con questo rispetto improvviso, con la sua donna o con i suoi figli, non ama la sua donna e i suoi figli». Più tardi avrei capito davvero questo accompagnandolo a Chieti, quando lo scorso maggio don Giussani ha tenuto la conferenza secondo me più straordinaria che io abbia mai ascoltato. Lì ho capito una cosa fantastica, che lui ha sottolineato come scoperta del «tu»: la scoperta del tu. «"Tu" significa un'altra cosa - ha detto a Chieti -, tu non sei me, perciò non posso usare di te e finalizzarti a me. Allora uno s'accorge di cosa vuol dire rispetto, adorazione, venerazione. Il Destino, l'Infinito, è questo "Tu" divino che permette questi "tu" umani. Perciò se io dico "tu" nel modo che abbiamo detto prima, è la potenza dell'umano che va al di là del fisico, del constatabile fisicamente; è una constatazione ed è un'esperienza totalizzante, in cui il fisico è una parte». Concludendo, quando c'è - lo capisco adesso molto chiaramente parlandone a voi - un'ipotesi positiva nella vita, il tempo, che per tutti è sinonimo di decadenza e di disfacimento, lavora in positivo. Quello che sono adesso è imparagonabile davvero a quel che ero un po' di anni fa, imparagonabile. E, perciò, con buona ragione, posso aspettarmi il miracolo di un cambiamento ancora maggiore. Ne vedremo delle belle! La fisica sostiene che l'orizzonte cambia variando il punto di osservazione. Se volessi trovare una metafora che descrive la mia vita, dovrei paragonarla ad una mongolfiera che si sta alzando dal suolo, e per questo l'orizzonte si allarga sempre più. Così ogni giorno che passa scopro aspetti della vita - come ad esempio la fedeltà, la pazienza, l'amicizia - che non avrei mai potuto immaginare. Il problema è uno solo (che è quello che chiedo sempre): che mi sia dato per sempre il coraggio di non sottrarmi più alla scia che l'incontro con il movimento ha lasciato nella mia vita e intorno a me.

Cesana.
Proprio per le dimensioni delle tre testimonianze che abbiamo ascoltato
(e la parola «dimensione», come sapete, vuol dire misura, cioè modo
con cui ci si rapporta con la realtà, modo con cui si giudicano le cose;
e queste dimensioni ci qualificano come popolo, perché noi siamo gente
che educa, che lavora e che secondo l'originalità della propria esperienza
cerca di voler bene alla famiglia, agli amici, alle cose, alla realtà),
proprio per queste dimensioni, non possiamo esimerci dal prendere posizione,
dall'agire, nella situazione drammatica in cui versa il nostro Paese. A questo
proposito leggo l'editoriale di ottobre di Tracce. «La ragione dichiarata
dalle fazioni - e l'elenco sarebbe inutilmente lungo - che si stanno facendo
una guerra spietata nel nostro Paese è la difesa del popolo italiano,
cioè di tutti noi. Da qui insorge la nostra elementare domanda: come è possibile
che per lo stesso scopo, enfaticamente affermato come nostro bene, tutti stiano
diventando così orribilmente nemici tra di loro? "Tutti", nel
senso che disgregazione e ostilità sono l'amaro sapore di una convivenza
che non possiamo più con tranquillità chiamare civile. A questa
elementare domanda siamo costretti a dare un'altrettanto elementare risposta:
le fazioni confondono il bene del popolo con il selvaggio perseguimento dei loro
interessi, o meglio, del loro potere. Non riconoscono nessuno prima e oltre loro.
Anzi, la loro prevaricazione comincia con la distruzione del passato che non
solo le ha generate, ma di cui sono corresponsabili. E il passato si vendica,
attraverso la vantata purezza degli inquisitori, che scavano infaticabilmente
colpe pregresse, e attraverso la memoria della gente, che in modo oscuro e ribelle
sempre anela a trovare una via migliore. Così questa Italia, che ha preteso
fare giustizia e innovare contro se stessa, avida di punire chi, magari sbagliando,
ha pur costruito, sta pagando duramente, con l'incertezza del diritto, con tensioni
secessionistiche, con un'economia stagnante dove benessere e lavoro sono progressivamente
erosi. Ma "il popolo nasce da un avvenimento", dall'incontro con un
fatto grande e positivo, da un'esperienza imprevista e più umana, che
illumina tutto il buono che c'è adesso perché è cominciato
prima. [Noi non distruggiamo il passato, anzi]. Sì, è cominciato
prima con Gesù, che fa vivere da duemila anni quel popolo nostro che è la
Chiesa, che è profetizzato e accompagnato dalla storia quasi doppia del
popolo ebraico, che ha determinato più di ogni altra la civiltà italiana,
che è per la realizzazione dell'apparentemente impossibile quanto irriducibile
desiderio di unità fra gli uomini. Siamo insieme per la memoria di Gesù.
Nel presente c'è una realtà di uomini che vivono la memoria di
Cristo. Riconoscere questo presente, secondo tutta la sua possibilità di
ardore, fa della speranza [e sottolineo la parola "speranza"] il fattore
che sostiene la ragionevolezza e la letizia del vivere. E sostiene la creatività della
morale trapassando le debolezze e le incoerenze, sempre ultimamente costruendo».

Omelia alla Santa Messa
Sua Eccellenza Monsignor Gianni Danzi Segretario
generale del Governatorato della Città del Vaticano Poco prima dell'inizio
della Santa Messa don Giussani mi invitava a celebrare questa Eucarestia con
voi per la diffusione della santità nella Fraternità. Se certamente
questo, da una parte, è il punto di arrivo di un cammino, dall'altra -
grazie al Signore -, è già una presenza che è cammino tra
di noi; è una presenza che emerge quotidianamente dalla nostra vita. Certo,
aveva ben motivo di dirlo poco fa Enzo che, se non avesse incontrato il movimento,
non sarebbe ciò che è. Ma questo non vale solo per lui, vale per
ognuno di noi, per tutti noi. Presumibilmente, se voi non aveste incontrato il
movimento, non sareste padri e madri di famiglia come lo siete, o non sareste
persone consacrate nella Chiesa come siete, o non saremmo preti o vescovi nella
Chiesa di Dio come siamo. Siamo come tutti gli altri, peccatori, carichi di male,
ma con una profonda tensione alla santità, con una profonda tensione ad
una fedeltà a ciò che abbiamo incontrato. Il carisma del movimento
ha messo e mette ognuno di noi nella Chiesa di Dio in un modo particolare e -
oserei dire - nuovo. Nuovo non per la Chiesa, ma per noi; nuovo perché carico
di coscienza e di responsabilità. Mentre con voi ascoltavo gli interventi,
un passaggio mi ha colpito: quello relativo al nesso tra il particolare e il
destino. Questo non è un discorso, ma una esperienza, perché è una
Presenza il nesso tra il particolare e il destino. È una Presenza che
ti accoglie, è una Presenza ci ha accolto e ci ha fatto capire che avevamo
un nome; per molti di noi è stata l'educazione dei nostri genitori e della
comunità cristiana. Ma credo che per tutti noi sia stato, in un modo particolare,
l'incontro con il carisma di don Giussani, che ha dato ad ognuno di noi la possibilità di
vedere qual è la nostra faccia, la nostra persona, il nostro destino e
di essere accolti così come eravamo, così come siamo, spinti costantemente
verso l'attuarsi del destino. È una Presenza che ci accoglie e ci fa nuovi;
ci accoglie e ci fa nuovi perché capace di perdono e carica di perdono.
Ognuno di noi fa questa esperienza di novità non perché capisce
che, attraverso la propria forza di volontà, riesce in qualche modo a
fare meno sbagli, ma perché dentro l'esperienza del perdono comprende
che il proprio male è riconciliato col destino, e allora comincia a fare
esperienza della pace, esperienza della certezza del futuro, perché questo
futuro - l'attuarsi del destino - è già in mezzo a noi, è già tra
di noi: è la Sua presenza. Ecco, allora, quale responsabilità pesa
nella vita di ognuno di noi all'inizio di questo nuovo anno: essere fedeli a
quell'incontro, credere a quell'incontro che ha cambiato e può cambiare
costantemente la nostra vita e la nostra esistenza, e nella fedeltà a
questo incontro, e nella fedeltà totale a questa esperienza ecclesiale,
costruire quotidianamente quello spazio di novità di vita che è la
Chiesa, là dove costantemente siamo chiamati a vivere.

Prima della benedizione finale
Gerolamo Castiglioni. Do lettura di
un saluto paterno di Sua Eminenza il Cardinale Martini, che abbiamo ricevuto
in questi giorni: «Il Cardinale Carlo Maria Martini, Arcivescovo di Milano,
vivamente grato per la lettera dell'8 luglio u.s. e per i propositi espressi,
benedice di cuore tutto il Movimento, in viva comunione nel Signore».