Takashi Paolo Nagai

Nagai. In Gesù, l'esplosione del vivere

Un incontro sul medico di Nagasaki e i suoi scritti dell'ultimo periodo. Ne parlano l'arcivescovo della città giapponese Takami, il cardinale Scola e Gabriele Di Comite, che ha tradotto i suoi "diari". Qui anche il video della serata
Paola Ronconi

«La prima cosa che penso, tutte le mattine, appena mi sveglio, è che sono felice. Anche oggi sono vivo. Anche oggi ho da lavorare. Anche se sono in grado di usare solo le mani e la testa, mi ritrovo colmo di entusiasmo come fossi uno scolaretto al mattino pronto a partire per una gita».
Queste frasi sono risuonate, la sera del 11 novembre, nella sala del Centro Culturale di Milano, lette dall’attore Giorgio Bonino e credo siano state tra quelle che hanno maggiormente colpito i presenti. Sono parole di Takashi Paolo Nagai, medico di Nagasaki, scritte in una sorta di diario nell’ultimo periodo della sua vita, mentre era costretto a vivere supino, per una leucemia mieloide cronica, causatagli dalle sue ricerche sulle potenzialità della radiologia in campo medico. Sopravvissuto alla bomba atomica del 9 agosto 1945, sganciata dagli americani, aveva perso, in quel frangente, la moglie Midori, tutto ciò che possedeva e qualsiasi cosa si potesse definire vita tutt’intorno. Un pazzo. Oppure un santo.



Proviamo a capirlo nella sala di largo Corsia dei Servi a Milano, con l’aiuto del cardinale Angelo Scola, presente in video collegamento, e di Gabriele Di Comite, presidente dell’associazione “Amici di Takashi e Midori Nagai”.
All’inizio dell’incontro un videomessaggio registrato porta in Italia il saluto dell’arcivescovo di Nagasaki, monsignor Joseph Mitsuaki Takami: lui stesso è discendente di quei cristiani giapponesi che per tre secoli (fino al 1873) furono costretti a professare la loro fede di nascosto, senza sacramenti, senza una chiesa, senza un sacerdote. Proprio a Urakami, quartiere di Nagasaki dove anche Nagai ha conosciuto il cristianesimo grazie alla futura moglie, custodirono per tutti quegli anni il tesoro prezioso della fede, mantenuto vivo con il sangue di migliaia di martiri e centinaia di santi e beati. Una storia, quella del cristianesimo in Giappone, iniziata nel XVI secolo da Francesco Saverio e dai missionari europei. «Nagai e sua moglie Midori sono importanti per la Chiesa di qui e del Giappone», spiega l’Arcivescovo, «con la loro fede è rinata la pace dopo l’atomica. Prima c’era una santità legata al martirio: loro ci dimostrano come la fede eroica permette di vivere la vita in modo nuovo e umano e divenire sorgente di gioia e di speranza». È alla sua porta che nel 2019 Gabriele Di Comite e coloro che furono colpiti dai coniugi Nagai andarono a bussare per conoscere ancora di più quella vicenda umana, ma soprattutto per chiedere l'apertura della causa di beatificazione. «Finalmente qualcuno lo chiede», fu la risposta dell’Arcivescovo.

Di Comite “mostra” cosa fosse Nagasaki dopo quella bomba infernale: 60mila persone morte all’istante, mezza città totalmente rasa al suolo; nelle settimane successive in decine di migliaia avrebbero iniziato ad avere i sintomi del disfacimento fisico provocato dalle radiazioni. Era agosto, e la distesa di corpi morti andò presto in putrefazione. Un mondo dove la vita era impossibile.
Nel 1948 Nagai (che già da due anni non poteva stare in piedi, gli organi interni arriveranno a pesare 20, 30 volte più del normale) decise di vivere in una casupola di due metri per due, la misura di due tatami, in compagnia di una statua di gesso della Madonna, un crocefisso e alcuni libri. Questa costruzione ha il nome di Niokodo, tradotto: “Il luogo dell’amore a sé stesso”. Ancora oggi è visitabile e meta di pellegrinaggi. Da qui, una sera del 1950, guarderà il cielo e annoterà: «Mentre guardavo il cielo sconfinato, mi è venuta alla mente la vista di Urakami che ebbi in una notte di luna piena, poco più di dieci giorni dopo che era stata ridotta in niente dal fuoco atomico. Non si vedeva più niente di vivo… la mia amata moglie era morta… tutto era perduto. Eppure mentre facevo questi pensieri e lo sguardo si smarriva sulla landa sconfinata che non aveva più ombre, scoprivo con stupore dentro di me che non provavo né rammarico né tristezza per aver perduto tutto. Ciò che perisce, perisce. Ciò che muore, muore. Quando ho capito che ciò che dovevo cercare era qualcosa che non muore, dovevo cercare il Regno dei Cieli e la Sua giustizia, una nuova e grande speranza si è insediata nel mio cuore. Ora che sono passati cinque anni da quella notte la landa atomica è nuovamente abitata, e le ombre sono tornate sulla terra. Il mio cuore invece è ancora come quella notte: “sconfinato e senza l’ombra di una nube”. Quanto era prezioso il mio sentimento di nostalgia di quella notte. Io voglio essere dominato da un cuore che è “sconfinato e senza l’ombra di una nube”. Questo è il sentimento del mio animo ora».
«La bomba ha fatto ancora più esplodere la nostalgia di un bene infinito», commenta Di Comite, «e gli ha permesso di iniziare un profondo lavoro per capire cosa fosse quella nostalgia, per scoprire il seme che l’incontro col cristianesimo gli aveva messo nel suo cuore, “qualcosa che non muore mai”… Il punto della rinascita è un amore appassionato alla propria umanità. Da lì nasce l’amore agli altri», che pur sdraiato in un letto, saprà elargire a piene mani. «Lui aveva scoperto ciò di cui tutti avevano bisogno. E il suo diario è il punto più maturo del suo serio lavoro alla scoperta di sé e di Cristo».



«Siamo di fronte a una forma assolutamente straordinaria di umanità», afferma il cardinale Scola: «Nagai testimonia fin dove può giungere un uomo quando prende sul serio la sua mente, il cuore e l’azione. Non abbandona mai la ricerca spasmodica del senso del vivere. Questo è il problema di oggi: la dimenticanza del senso del vivere... Nagai ha trovato in Gesù l’esplosione del senso del suo vivere e la strada perché il disastro potesse essere superato».
C’è un detto in Giappone: dove Hiroshima piange, Nagasaki prega. Ma Nagasaki lo può fare, di fronte al destino comune dell’atomica, per la presenza di un uomo che ha capito che la dimensione della pace parte dal «sacrificio del cambiamento di noi stessi, un vero movimento per la pace», scrive Nagai.

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«Nyokodo, “il luogo dell’amore a sé”, come capacità di dare e chiedere in ogni istante che l’amore sia la prima cosa, viverlo in ogni istante come fosse l’ultimo atto prima di morire», riprende Scola. Però ci si ribella all’idea del sacrificio: «Anche noi cristiani di oggi ne siamo lontani, ecco perché non risultiamo più credibili e non testimoniamo Cristo come la realtà più attrattiva dell’esistenza». Quindi, secondo lui, «è più che mai utile guardare al crocifisso e alla sua morte e resurrezione come all’esempio più clamoroso di questo amore a sé stesso. Lì si vede come attraverso un singolo possa passare la salvezza di molti: attraverso uno è passata la salvezza di Nagasaki». Per finire è Scola a voler leggere il diario di Nagai - che da pochi mesi è stato tradotto da Di Comite con il titolo Pensieri dal Nyokodo -: «Provate a immaginare se un giorno vi arrivasse un invito che stavate aspettando da moltissimo tempo, da una persona al fianco della quale avete tanto desiderato intrattenervi per stare a lungo vicini a parlare. Il giorno in cui quell’invito arrivasse, quanto grande sarebbe la gioia? La morte è questo invito da parte di Dio! Io so bene con quanta tenerezza Dio si prenda cura di me. Quando finalmente riceverò il suo invito sarò felicissimo di accettarlo». «Ecco», esclama Scola, «uno che parla così della morte è uno che sa cos’è la vita!».